6 giorni per ambientarsi, 6 giorni per trovare casa, 6 giorni per trovare un lavoro.
Non hai il tempo di cercare, devi solo trovare, e subito. É già passato un giorno.
Te ne rimangono 5. Vuoi deciderti a trovare qualcosa?
Hai dormito nei giardini, pigro come sei. Hai perso un altro giorno.
Te ne restano 4. Ce la puoi fare, se impari bene l'italiano.
Devi solo trovare qualcuno che ti capisce.
E che non si allontana dai tuoi pantaloni stracciati, e dal tuo odore da disperato.
Ti accompagno in stazione, lì trovarai una panchina comoda. Se non ti cacciano, potrai dormire qualche ora in tranquillità. 3 giorni. Non hai un ombrello? Piove tanto...
Hai fatto passare un altro giorno, ti vogliamo aiutare, ma ti restano solo 2 giorni.
Per assumerti ci serve di capire di dove sei, quanti anni hai, ke titolo di studio possiedi.
Hai tutti gli incartamenti? No? Te li dovresti far inviare. Dormi ancora alla stazione?
Un giorno. Cosa? Sono 3 giorni che non mangi? Hai giusto il tempo di ingurgitare queste 2 facacce.
Ora vai, mi dispiace. Non puoi rimanere. Se rimani, di colpo sarai invisibile.
Sei scaduto, Agustin, come il tonno, come i biscotti, come le uova.
Cosa? Rimpiangi la Tunisia? Non ti biasimo, ma ora scusa. Ci sono dei poliziotti ke si avvicinano.
Allontanati, ti stanno cercando.
Addio.
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martedì 3 maggio 2011
giovedì 21 aprile 2011
Torre del Greco. Commissione d’inchiesta per Maresca e Depuratore, gli esiti della prima seduta
Si è tenuta questa mattina la prima seduta della Commissione d’inchiesta istituita, ai sensi dell’art. 8 dello Statuto e dell’art. 42 del Regolamento del Consiglio, per affrontare le questioni relative al ridimensionamento funzionale dell’Ospedale “Maresca” e all’ipotesi di realizzazione di un depuratore per lo smaltimento di sostanze nocive e pericolose in zona Santa Maria La Bruna. La Commissione ha eletto all’unanimità il Consigliere di minoranza Alfonso Ascione quale Presidente e il Consigliere di maggioranza Francesco Castellano quale Vice Presidente. Nel corso della riunione - che si è svolta in un clima di assoluta serenità e piena condivisione degli obiettivi da parte di tutti i componenti - sono stati anche affrontati i principali aspetti di carattere logistico ed organizzativo per assicurare l’efficace ed immediata operatività della Commissione, che si è impegnata a concludere i lavori entro il mese di novembre 2011.
La prossima seduta è stata convocata per lunedì 2 maggio.
“È nostra intenzione raccogliere ed analizzare accuratamente tutta la documentazione prodotta con riferimento alle questioni del Maresca e del depuratore - ha dichiarato il consigliere Alfonso Ascione, firmatario della proposta di istituzione della Commissione, avanzata in Consiglio comunale lo scorso 12 aprile - È doveroso sottolineare che la Commissione non agirà con spirito inquisitorio: il nostro scopo non è quello di alimentare alcuna caccia alle streghe o strumentalizzazioni politiche, ma, in maniera coscienziosa e costruttiva, quello di acquisire dati ed informazioni certe, che possano poi consentirci di adottare tutte le azioni utili ad impedire che prosegua l’opera di ridimensionamento del nosocomio torrese e scongiurare la prospettiva di costruzione del depuratore”.
La prossima seduta è stata convocata per lunedì 2 maggio.
“È nostra intenzione raccogliere ed analizzare accuratamente tutta la documentazione prodotta con riferimento alle questioni del Maresca e del depuratore - ha dichiarato il consigliere Alfonso Ascione, firmatario della proposta di istituzione della Commissione, avanzata in Consiglio comunale lo scorso 12 aprile - È doveroso sottolineare che la Commissione non agirà con spirito inquisitorio: il nostro scopo non è quello di alimentare alcuna caccia alle streghe o strumentalizzazioni politiche, ma, in maniera coscienziosa e costruttiva, quello di acquisire dati ed informazioni certe, che possano poi consentirci di adottare tutte le azioni utili ad impedire che prosegua l’opera di ridimensionamento del nosocomio torrese e scongiurare la prospettiva di costruzione del depuratore”.
Rispetto alle due questioni, la Commissione verificherà scrupolosamente atti e procedure adottati dell’Amministrazione comunale e dai vari soggetti della filiera istituzionale, nonché ogni informazione che possa essere utile al perseguimento dello scopo. Sul punto, il consigliere Ascione rivolge inoltre “un appello a tutte le associazioni locali, alle rappresentanze di categoria ed alla società civile in genere, affinché chiunque abbia notizie e/o documentazioni di interesse li porti a conoscenza della Commissione”.
Infine, per evitare eventuali distorsioni informative, la Commissione ha stabilito che l’unico canale autorizzato a veicolare la comunicazione istituzionale delle sue attività è costituito dall’Ufficio Stampa comunale.
da lapilli.eu
martedì 12 aprile 2011
Maresca. Il comitato riorganizza la protesta. Le mamme del Maresca: “l’ospedale è ancora aperto”
Torre del Greco – “Il Maresca non è morto. I cittadini torresi possono ancora usufruire del loro ospedale”: sono chiare le parole del comitato. Dopo le disposizioni della delibera n. 404 del 30/03/11 la priorità al quarto piano del Maresca è quella di informare la popolazione e spiegare ai torresi che ancora per un anno il Maresca non chiuderà i battenti. Questo lasso di tempo servirà per riorganizzare la lotta che per adesso continua solamente per vie legali con il lavoro del team di avvocati. “Dobbiamo lottare per dimostrare che l’ospedale può funzionare a piano regime – ha affermato durante la conferenza stampa di ieri Raffaele Russo, uno degli avvocati del team che in questi mesi si sta battendo per le sorti del nosocomio torrese – bisogna prodigarsi per scongiurare il depauperamento del personale ospedaliero che porterebbe pregiudicare la nostra lotta. Il direttore sanitario G. Forte ha risposto in maniera positiva alle nostre richieste e sta lavorando per il riordino organizzativo funzionale del Pronto Soccorso”.
Infatti da un documento protocollato lo scorso 7 aprile e firmato da Forte si elencano le figure professionali di cui il pronto soccorso del Maresca sarà provvisto: un medico di guardia, un anestesista, un analista, un radiologo, un medico di immunoematologia trasfusionale, un ortopedico, un otorino, un pediatra, un ostetrico-ginecologo ed un cardiologo.
Intanto padre Pucci, il cappellano dell’ospedale, ha organizzato una via crucis per le 11,00 di venerdì 22 aprile. “Come Gesù Cristo – ha affermato il religioso – anche il nostro ospedale è risorto”.
da lapilli.eu
Infatti da un documento protocollato lo scorso 7 aprile e firmato da Forte si elencano le figure professionali di cui il pronto soccorso del Maresca sarà provvisto: un medico di guardia, un anestesista, un analista, un radiologo, un medico di immunoematologia trasfusionale, un ortopedico, un otorino, un pediatra, un ostetrico-ginecologo ed un cardiologo.
Intanto padre Pucci, il cappellano dell’ospedale, ha organizzato una via crucis per le 11,00 di venerdì 22 aprile. “Come Gesù Cristo – ha affermato il religioso – anche il nostro ospedale è risorto”.
da lapilli.eu
giovedì 7 aprile 2011
Lotta Maresca: ecco cosa dice la delibera 440
Finalmente c'è del nero sul bianco. È non è il solito 'inchiostro simpatico', che non lascia neanche il tempo di farsi leggere che subito scompare. No, questa volta la delibera promessa dal commissario straordinario dell'Asl Na3 Sud Vittorio Russo e dal presidente della commissione sanità campana Michele Schiano, è arrivata. È lì, sul sito dell'Asl Na3, sui tavoli del terzo e quarto piano dell'ospedale torrese. Il comitato pro Maresca ha letto per la prima volta ieri le 51 pagine di cui è composta, prendendo in particolar esame quella decina che si occupa del Maresca. Ed ha tirato questa conclusione: “Per la prima volta le promesse sono state mantenute”. Nella delibera, infatti, si legge della necessità di una rivisitazione del presidio di Boscotrecase (“subordinata agli interventi di completamento di edilizia sanitaria”) e di quello di Torre del Greco. Il decreto 49 attribuiva a tale Presidio “una funzione specialistica nell'ambito della riabilitazione, prevedendo una rimodulazione della dotazione di posti letto, con una definitiva assegnazione di 98 p.l. e l'attivazione di nuove discipline”: Recupero e Riabilitazione – con 53 posti letto – e Lungodegenza – con 20 posti letto. “Il complesso processo di riconversione del presidio, tuttavia, […] deve essere oggetto di attenta verifica e riprogrammazione, quanto meno nella definizione del crono programma”.
Ora, le promesse fatte da Schiano e Russo erano sostanzialmente tre: ospedali di Torre del Greco e Boscotrecase riuniti (in modo da ripartirsi le competenze a seconda delle necessità della popolazione), Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) al Maresca (con relativa permanenza del Pronto Soccorso), e permanenza di alcuni reparti come Gastroenterologia, Chirurgia e il laboratorio d'analisi per un anno a partire dalla data di attuazione del piano di rientro. Il comitato si era accontentato. E la delibera, cosa stabilisce?
Prima promessa: Ospedali riuniti.
I piani alti hanno ritenuto opportuno, “alla luce delle indicazioni ricevute, ed al fine di razionalizzare le risorse disponibili”, proporre per Torre del Greco e Boscotrecase il modello organizzativo degli Ospedali Riuniti. Tale modello – che, secondo il commissario, si è rivelato un “esempio di efficacia ed efficienza operativa”, idoneo com'è “a garantire la necessaria flessibilità assistenziale” – prevede la “individuazione di responsabilità uniche delle diverse Unità Operative Assistenziali, rispondendo adeguatamente ai bisogni assistenziali del territorio ed assolutamente compatibili con l'esigenza di ottimizzazione delle risorse”. Ecco, in termini tecnici, quel che si diceva: i vari reparti verranno distribuiti nelle strutture dei due ospedali a seconda delle esigenze di chi ne dovrà usufruire.
Seconda Promessa: SPDC.
Il Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC), che il decreto 49 programmava a Boscotrecase, resterà, almeno momentaneamente, al Maresca, “ove si registrano spazi sufficienti all'attivazione – in tempi brevi – di 16 posti letto”. In particolare, dice la delibera, “la temporanea allocazione dei posti dell'SPDC presso il P.O. Maresca (che risolve una grave criticità del Dipartimento di Salute Mentale), dei posti letto previsti per la Gastroenterologia e di una parte della dotazione della Chirurgia, comportano anche il mantenimento dell'attività di Pronto Soccorso, con l'attivazione” di 4 posti letto nell'ambito della Medicina Generale, 4 posti letto per l'Osservazione breve, e 4 posti letto per la Medicina d'Urgenza.
Per il presidio di Torre del Greco, dunque, è prevista la permanenza dell'attività del Pronto Soccorso per un periodo non inferiore ad un anno, in considerazione della necessità di completare e adeguare le strutture e le tecnologie dell'ospedale di Boscotrecase. Che, come tutti sanno, non è ancora stato ultimato.
Terza promessa: permanenza Gastroenterologia, Chirurgia e laboratorio di analisi.
Come si è visto, Chirurgia e Gastroenterologia resteranno al Maresca: considerata l'impossibilità di allocare nell'immediato, presso l'ospedale di Boscotrecase, i 25 posti letto della Chirurgia generale, (come invece previsto dal decreto), la dotazione di questa unità operativa verrà ripartita in questo modo: destinando 13 posti letto saranno destinati al presidio di Boscotrecase, i rimanenti 12 a quello di Torre del Greco. Questi posti letto saranno l' "indispensabile supporto del reparto di gastroenterologia". Le ulteriori attività di supporto clinico-specialistiche (come anestesia, cardiologia, radiologia, farmacia, etc.) saranno invece garantite dalle competenti articolazioni del P.O. di Boscotrecase.
Ancora, il laboratorio del Maresca, per il quale il decreto 55 del 20 settembre 2010 prevede la dismissione, manterrà “l'operatività necessaria a garantire l'indispensabile supporto delle Unità Operative presenti nella struttura, rimodulando la propria funzionalità nel rispetto del crono programma degli interventi”.
Ma non è tutto: fondamentale è anche il “potenziamento della rete dei servizi territoriali al fine di sopperire la riconversione di piccoli ospedali o di aree ospedaliere obsolete”, previsto dal decreto 49. Quest'obiettivo appare al commissario perseguibile nel Distretto di Torre del Greco, con la creazione di una “Struttura polifunzionale per la salute” (SPS), che va messa negli spazi che il processo di riconversione renderà disponibili nel presidio, in modo da “raccogliere la domanda dei cittadini, al fine di offrire una adeguata forma di assistenza extra-ospedaliera incentrata sui sistemi di 'Cure primarie', volte a garantire una più efficace presa in carico dei nuovi bisogni di salute, e garantire i livelli essenziali di assistenza”. Nell'ambito dell' SPS di Torre del Greco si conta di attivare: un ambulatorio di cure primarie (odontoiatria, urologia, radiologia, oncologia, riparazione tissutale, polo specialistico ambulatoriale, centro di Nutrizione Artificiale e di disturbi alimentari e centro di Senologia); un ambulatorio infermieristico distrettuale (medicazioni post-intervento, monitoraggio valori pressori e glicemici con dati statistici, ecc.); strutture di degenza territoriale (hospice con 12 posti letto da attivare in 24 mesi); servizi socio sanitari.
Niente da fare, invece – comunque non era stato promesso nulla in tal senso – per il materno infantile: nella delibera non è previsto il suo ritorno a Torre del Greco.
La riconversione del Maresca, infine, secondo il crono programma, avverrà in 24 mesi.
Questo è quanto. Il comitato si dice soddisfatto: “Abbiamo ottenuto una base su cui lavorare. Quel che ora è fondamentale è capire come lavorare. Di certo, però, la lotta passerà dal piano mediatico a quello politico".
di A.M.Iodice - lapilli.eu
Ora, le promesse fatte da Schiano e Russo erano sostanzialmente tre: ospedali di Torre del Greco e Boscotrecase riuniti (in modo da ripartirsi le competenze a seconda delle necessità della popolazione), Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC) al Maresca (con relativa permanenza del Pronto Soccorso), e permanenza di alcuni reparti come Gastroenterologia, Chirurgia e il laboratorio d'analisi per un anno a partire dalla data di attuazione del piano di rientro. Il comitato si era accontentato. E la delibera, cosa stabilisce?
Prima promessa: Ospedali riuniti.
I piani alti hanno ritenuto opportuno, “alla luce delle indicazioni ricevute, ed al fine di razionalizzare le risorse disponibili”, proporre per Torre del Greco e Boscotrecase il modello organizzativo degli Ospedali Riuniti. Tale modello – che, secondo il commissario, si è rivelato un “esempio di efficacia ed efficienza operativa”, idoneo com'è “a garantire la necessaria flessibilità assistenziale” – prevede la “individuazione di responsabilità uniche delle diverse Unità Operative Assistenziali, rispondendo adeguatamente ai bisogni assistenziali del territorio ed assolutamente compatibili con l'esigenza di ottimizzazione delle risorse”. Ecco, in termini tecnici, quel che si diceva: i vari reparti verranno distribuiti nelle strutture dei due ospedali a seconda delle esigenze di chi ne dovrà usufruire.
Seconda Promessa: SPDC.
Il Servizio Psichiatrico di diagnosi e cura (SPDC), che il decreto 49 programmava a Boscotrecase, resterà, almeno momentaneamente, al Maresca, “ove si registrano spazi sufficienti all'attivazione – in tempi brevi – di 16 posti letto”. In particolare, dice la delibera, “la temporanea allocazione dei posti dell'SPDC presso il P.O. Maresca (che risolve una grave criticità del Dipartimento di Salute Mentale), dei posti letto previsti per la Gastroenterologia e di una parte della dotazione della Chirurgia, comportano anche il mantenimento dell'attività di Pronto Soccorso, con l'attivazione” di 4 posti letto nell'ambito della Medicina Generale, 4 posti letto per l'Osservazione breve, e 4 posti letto per la Medicina d'Urgenza.
Per il presidio di Torre del Greco, dunque, è prevista la permanenza dell'attività del Pronto Soccorso per un periodo non inferiore ad un anno, in considerazione della necessità di completare e adeguare le strutture e le tecnologie dell'ospedale di Boscotrecase. Che, come tutti sanno, non è ancora stato ultimato.
Terza promessa: permanenza Gastroenterologia, Chirurgia e laboratorio di analisi.
Come si è visto, Chirurgia e Gastroenterologia resteranno al Maresca: considerata l'impossibilità di allocare nell'immediato, presso l'ospedale di Boscotrecase, i 25 posti letto della Chirurgia generale, (come invece previsto dal decreto), la dotazione di questa unità operativa verrà ripartita in questo modo: destinando 13 posti letto saranno destinati al presidio di Boscotrecase, i rimanenti 12 a quello di Torre del Greco. Questi posti letto saranno l' "indispensabile supporto del reparto di gastroenterologia". Le ulteriori attività di supporto clinico-specialistiche (come anestesia, cardiologia, radiologia, farmacia, etc.) saranno invece garantite dalle competenti articolazioni del P.O. di Boscotrecase.
Ancora, il laboratorio del Maresca, per il quale il decreto 55 del 20 settembre 2010 prevede la dismissione, manterrà “l'operatività necessaria a garantire l'indispensabile supporto delle Unità Operative presenti nella struttura, rimodulando la propria funzionalità nel rispetto del crono programma degli interventi”.
Ma non è tutto: fondamentale è anche il “potenziamento della rete dei servizi territoriali al fine di sopperire la riconversione di piccoli ospedali o di aree ospedaliere obsolete”, previsto dal decreto 49. Quest'obiettivo appare al commissario perseguibile nel Distretto di Torre del Greco, con la creazione di una “Struttura polifunzionale per la salute” (SPS), che va messa negli spazi che il processo di riconversione renderà disponibili nel presidio, in modo da “raccogliere la domanda dei cittadini, al fine di offrire una adeguata forma di assistenza extra-ospedaliera incentrata sui sistemi di 'Cure primarie', volte a garantire una più efficace presa in carico dei nuovi bisogni di salute, e garantire i livelli essenziali di assistenza”. Nell'ambito dell' SPS di Torre del Greco si conta di attivare: un ambulatorio di cure primarie (odontoiatria, urologia, radiologia, oncologia, riparazione tissutale, polo specialistico ambulatoriale, centro di Nutrizione Artificiale e di disturbi alimentari e centro di Senologia); un ambulatorio infermieristico distrettuale (medicazioni post-intervento, monitoraggio valori pressori e glicemici con dati statistici, ecc.); strutture di degenza territoriale (hospice con 12 posti letto da attivare in 24 mesi); servizi socio sanitari.
Niente da fare, invece – comunque non era stato promesso nulla in tal senso – per il materno infantile: nella delibera non è previsto il suo ritorno a Torre del Greco.
La riconversione del Maresca, infine, secondo il crono programma, avverrà in 24 mesi.
Questo è quanto. Il comitato si dice soddisfatto: “Abbiamo ottenuto una base su cui lavorare. Quel che ora è fondamentale è capire come lavorare. Di certo, però, la lotta passerà dal piano mediatico a quello politico".
di A.M.Iodice - lapilli.eu
mercoledì 30 marzo 2011
Comitato pro Maresca: mercoledì incontro con il direttore sanitario
“Fra pochi giorni avremo la delibera formale che sancirà l'unione definitiva dei due ospedali”. Lo disse martedì primo marzo l'avvocato Gennaro Torrese al comitato pro Maresca, riunito nell'aula consiliare di palazzo Baronale, a Torre del Greco. Quel giorno il comitato, che occupava la sala da una settimana sperando di ottenere un segnale dai piani alti, decise di prendere per buone le parole del manager dell'Asl Na3 Vittorio Russo e del presidente della commissione sanità regionale Michele Schiano. Secondo le loro promesse, i presidi di Torre del Greco e Boscotrecase dovrebbero diventare un unico ospedale, in modo da cancellare definitivamente l'eventualità, per il Maresca, di divenire centro per riabilitazione e lungodegenza. Le competenze e i reparti, in questo modo, verrebbero ripartiti tra le due strutture in base alle esigenze della popolazione. “Ma dov'è questa delibera?”, si chiedono oggi, a quasi un mese di distanza dalle promesse, i membri del comitato. “Oramai siamo a fine marzo, e della delibera non abbiamo visto nessuna traccia”. Per questo bisogna riprendere in mano la situazione: questa mattina il comitato si riunirà al quarto piano del Maresca per cercare di fare il punto della situazione e coordinare le prossime mosse. Domani, invece, il comitato dovrebbe incontrare il nuovo direttore sanitario del nosocomio, Giuseppe Forte, per mettere subito in chiaro obiettivi e speranze della protesta, per parlare della fantomatica delibera e delle promesse ricevute un mese fa: gli spiegheranno che Schiano e Russo hanno dichiarato che lasceranno il pronto soccorso H24 al Maresca attraverso un escamotage, ovvero spostando a Torre del Greco lo SPDC (l'igiene mentale) che, per legge, deve essere fornito di un presidio di pronto soccorso. In più dovrebbero restare – sono ancora solo promesse, ovviamente –Gastroenterologia, Chirurgia e il laboratorio d'analisi per un anno a partire dalla data di attuazione del piano di rientro.
Il comitato ha comunque già avuto modo di sondare il terreno con il nuovo arrivato. Ha parlato con lui tre giorni fa, ma Forte andava di fretta e non si è riuscito ad andare a fondo nella questione. La speranza è che, almeno questa volta, il comitato potrà contare sull'aiuto fattivo – e non solo sbandierato – del proprio direttore sanitario.
Il comitato ha comunque già avuto modo di sondare il terreno con il nuovo arrivato. Ha parlato con lui tre giorni fa, ma Forte andava di fretta e non si è riuscito ad andare a fondo nella questione. La speranza è che, almeno questa volta, il comitato potrà contare sull'aiuto fattivo – e non solo sbandierato – del proprio direttore sanitario.
Arnaldo M.Iodice - lapilli.eu
lunedì 28 marzo 2011
AVVISO DI INSURREZIONE parte XV: Circolo Vizioso
Prevedibile serata ieri alla taverna dei cattivi pacifisti, dove il noto tizio non ha nemmeno avuto bisogno di bere un cicchetto per esprimere un semplice concetto:
Penso che da cittadini occidentali dovremmo finirla di sostenere i nostri governi, non certo col voto, ma anche con il consenso di massima strappato sull’onda dell’emergenza allorquando ci vediamo ‘costretti’ a bombardare, con il generale americano Prosciutto (sembra di stare in Catch 22) che con involontario umorismo dichiara che si cercherà di ridurre il numero di vittime civili.
E’ ora di finirla di alimentare questo circolo vizioso; di sopportare questi governi che giocano all’apprendista stregone, alleandosi e allevandosi serpi in seno come Bin Laden, Saddam, Gheddafi per poi scaricarli e rinnegarli quando ne perdono il controllo.
Capirei se dicessero “scusate, abbiamo sbagliato ad appoggiare, finanziare, armare tiranni sanguinari per sostenere l’assurdo, grottesco, parossistico stile di vita occidentale. Adesso che la cacca è uscita dal cavallo cerchiamo con ogni strumento che abbiamo a disposizione, compreso la forza, di rimetterla dentro. Ma appena rimediato ci leviamo di mezzo, talmente gravi sono stati i nostri errori strategici sotto il profilo politico, storico, umano.”
Tuttavia tutto ciò non solo non sfiora le loro testoline, ma pretendono pure di rafforzare il loro potere chiedendo che venga loro riconosciuto il merito di aver domato l’incendio che essi stessi hanno appiccato (e manco ci riescono: vedi Iraq, Afghanistan).
Certo, non bisogna avere paura di sporcarsi la coscienza sostenendo il ricorso alla forza, quando è necessario. Tutto sta a vedere nei confronti di chi e perché, per che cosa.
In definitiva, ci troviamo di fronte a un circolo vizioso. E sapete dove conducono i circoli viziosi?
Quando ci si trova davanti a un circolo vizioso c’è solo una cosa da fare: interromperlo.
dal nostro incommensurabile, splendente Pococurante - esserevento.it
Penso che da cittadini occidentali dovremmo finirla di sostenere i nostri governi, non certo col voto, ma anche con il consenso di massima strappato sull’onda dell’emergenza allorquando ci vediamo ‘costretti’ a bombardare, con il generale americano Prosciutto (sembra di stare in Catch 22) che con involontario umorismo dichiara che si cercherà di ridurre il numero di vittime civili.
E’ ora di finirla di alimentare questo circolo vizioso; di sopportare questi governi che giocano all’apprendista stregone, alleandosi e allevandosi serpi in seno come Bin Laden, Saddam, Gheddafi per poi scaricarli e rinnegarli quando ne perdono il controllo.
Capirei se dicessero “scusate, abbiamo sbagliato ad appoggiare, finanziare, armare tiranni sanguinari per sostenere l’assurdo, grottesco, parossistico stile di vita occidentale. Adesso che la cacca è uscita dal cavallo cerchiamo con ogni strumento che abbiamo a disposizione, compreso la forza, di rimetterla dentro. Ma appena rimediato ci leviamo di mezzo, talmente gravi sono stati i nostri errori strategici sotto il profilo politico, storico, umano.”
Tuttavia tutto ciò non solo non sfiora le loro testoline, ma pretendono pure di rafforzare il loro potere chiedendo che venga loro riconosciuto il merito di aver domato l’incendio che essi stessi hanno appiccato (e manco ci riescono: vedi Iraq, Afghanistan).
Certo, non bisogna avere paura di sporcarsi la coscienza sostenendo il ricorso alla forza, quando è necessario. Tutto sta a vedere nei confronti di chi e perché, per che cosa.
In definitiva, ci troviamo di fronte a un circolo vizioso. E sapete dove conducono i circoli viziosi?
Quando ci si trova davanti a un circolo vizioso c’è solo una cosa da fare: interromperlo.
dal nostro incommensurabile, splendente Pococurante - esserevento.it
martedì 22 marzo 2011
Incentivare i trasporti pubblici....
Con il nuovo tariffario UnicoCampania, si registrano aumenti spropositati per spostarsi nella Regione.
La tariffa che riguarda Torre del Greco, U2, subirà un'impennata: per recarsi a Napoli il biglietto ad orario costa € 1,90, ora costerà € 2,10. Il giornaliero, costa € 3,70, costerà dal 01 aprile € 6,30 (+70%). É chiaro che i traporti pubblici non sono tra le priorità del governo cittadino, provinciale, regionale e nazionale.
Così come nel secondo dopoguerra, si punta ancora alla gomma privata, alle auto, agli incentivi per gli acquisti di automobili, e alla riduzione delle linee ferroviarie, sia su scala nazionale che su quella locale. Io sono avvilito, soprattutto quando penso che dal 2011, per recarsi a Napoli, la tariffa autostradale, il quale aumento tanto scalpore aveva causato (da € 1,60 a € 2,00) risulta comunque inferiore rispetto al biglietto Unico (€ 2,10). Dove è la convenienza?
Questo a poca distanza dal dossier di Legambiente Italia che, a gennaio 2011, di Napoli diceva:
Napoli, 25 gennaio 2011
Il monitoraggio è stato fatto il 25 gennaio 2001. Sono stati selezionati itinerari che rappresentano aspetti diversi della città di Napoli. Il monitoraggio nel complesso è durato 1 ora e 47 minuti durante i quali molto raramente si sono registrati valori istantanei al di sotto dei 50 μg/m3. Infatti la media totale della giornata di rilevamento delle polveri è di 81,8 μg/m3 di PM10 e di 27,1 μg/m3 di PM2,5. E non c'è differenza se si percorrono strade interne meno trafficate, ma nello stesso tempo meno esposte al vento (dove le polveri si accumulano) come in via Lavinaio o i vicoli nei pressi del Duomo, o strade più aperte e ventilate a ridosso del porto come la via Marina, caratterizzata da un valore medio di 72 μg/m3 di PM10. Dati questi che confermano come l'aria di Napoli, nonostante il monitoraggio sia stato fatto in seguito a diverse giornate di pioggia che hanno “ripulito” l’aria, risulti comunque inquinata per quanto riguarda il PM10.
La causa principale è da ricercare nell'annoso problema del traffico che attanaglia questa città. Per questo bisogna intervenire con politiche strutturali, limitando le auto in circolazione, potenziare e rendere sicuro il trasporto pubblico, pedonalizzare ampie aree della città, prevedendo parcheggi di scambio. Le giornate senz’auto e i blocchi totali in corrispondenza dei picchi di smog sono interventi tampone validi nell'emergenza ma non basta. Ampliamento delle ztl, controllo maggiore su quelle già esistenti, protezione delle corsie preferenziali sempre più terra di nessuno, car sharing, car pooling, intermodalità, interventi e maggiori controlli in strada su auto in doppia fila, violazione di isole pedonali e ztl, infrazioni continue nelle corsie preferenziali. Queste le proposte di Legambiente per una mobilità davvero sostenibile e un'aria più respirabile.
venerdì 18 marzo 2011
Ragione e sogni nel compleanno d’Italia
Che paura che fa il futuro dello Stivale, in mano a cementificatori, nuclearisti, bunghisti e reazionari. Contro la “razionalità” del Corsera ci vorrebbe un sogno vero.
Oggi è il compleanno d’Italia. Nel fiume di celebrazioni che ci investirà non mancherà la retorica buonista e nazional-patriottica. Una volta l’anno ci può anche stare. Meglio la celebrazione dei garibaldini che il leghista universo delle micropatrie razziste. La verità però è che la festa è un po’ rovinata dagli eventi, internazionali e domestici. Il Giappone vive ancora col fiato sospeso per sapere quanti morti dovrà piangere. E quanti anni, o decenni, dovrà attendere prima di tornare sui luoghi del disastro nucleare di Fukushima. Ma non basta. Di fronte alle nostre coste le rivolte arabe, che ci avevano scaldato il cuore e tenuto svegli la notte, vivono un momento di triste arretramento. In Egitto il popolo di Tahrir è stato tradito dall’esercito. In Libia, Gheddafi il folle marcia con i tank e bombarda dal cielo l’ultima roccaforte dei ribelli a Bengasi. Nel Golfo invece i carri sauditi, i nostri cari amici e storici alleati sauditi, affogano nel sangue la rivolta del Bahrein, come i Russi nel 1968 a Praga (solo che oggi ben pochi condannano i “russi-sauditi”). L’Europa, il mondo, assistono al declino del sogno rivoluzionario arabo con colpevole impotenza. Forse anche con sollievo, visto che la nostra tradizione è quella di intessere stretti rapporti con dittatori, oligopolisti e plutocrazie (da Gheddafi a Putin, passando per Wen Jiabao e Lucashenko la lista è lunga) piuttosto che agire da “promotori” di democrazia. Sarà più facile per l’Eni tornare al tavolo con il Colonnello che trattare con un nuovo caotico e ingestibile Consiglio rivoluzionario? Certo il minimo che ci si può augurare è che Gheddafi venda davvero tutto il suo petrolio a Cina e Russia, aggiungendo il danno alla beffa per l’inutile Europa. Ma c’è da scommettere che ciò non avverrà. Seppelliti i morti e scatenata la repressione, gli affari torneranno ad essere affari. I compleanni di solito servono, oltre a compromettere inutili diete, a fare bilanci e progetti per il futuro. Ma sul futuro italiano c’è poco da stare allegri vista la serie di sfide che dovremo affrontare. A partire da quella economica, ma non solo. Bonaccorsi dalla prima Siamo male attrezzati per competere col mondo globalizzato, perchè produciamo, da troppo tempo, pochissima innovazione. In questi giorni stiamo vivendo la più palese delle dimostrazioni di incongruità tra il futuro e la classe politica dominante. Di fronte al disastro giapponese, e al globale spostamento verso l’alta tecnologia e le fonti energetiche rinnovabili, il governo italiano insiste nell’imbarcarsi in una costosissima avventura nucleare. Nel Paese in cui andando in treno da Roma a Milano la linea telefonica cade 10 volte e non c’è un wi-fi degno di questo nome per lavorare, l’armata Brancaleone del premier procede con i suoi pseudo progetti a base di cemento, asfalto, radiazioni e tagli alla ricerca scientifica. Siamo anche impreparati alla inevitabile ondata migratoria che sarebbe arrivata comunque, rivoluzioni o no. L’impoverimento del Paese ha scatenato da anni ormai la lotta per quel poco che resta. La parabola elettorale della Lega ricalca, in controluce, quella dell’egoismo nostrano con relativa involuzione culturale bunghista. Nel breve periodo poi l’Italia dovrà affrontare la difficile uscita dalla crisi dei debiti sovrani in Europa, e i rischi conseguenti di crisi dell’euro. Dovrà affrontare l’inflazione che viene dal petrolio, e tassi d’interesse che salgono. Con quali idee, con quali persone? L’Italia è vecchia, dentro. E l’incarnazione migliore della sua incapacità di entrare nel futuro si trova oggi nel pressapochismo del Corriere della Sera di Ferruccio de Bortoli. Lo storico quotidiano (tornato alla preveggenza delle crociate contro la minigonna degli anni ‘60) ha scomodato firme del calibro di Stella, Rizzo e Mucchetti per sferrare l’attacco mediatico al settore delle rinnovabili. Ieri poi ci è toccato leggere pure Panebianco, che ha diviso il mondo tra i “razionali” che accettano i rischi del nucleare e gli “irrazionali” che per paura lo osteggiano. Che regalo ci ha fatto Panebianco. Perchè il suo “razionale” mondo è incastrato tra nucleare e petrolio, tra radiazioni e conflitti fossili, condito da una approssimazione scientifica imbarazzante. Per il corsivista di via Solferino “bisogna pur accettare qualche rischio”, in fondo la vita oggi è meglio di 50 anni fa. E allora di cosa ci lamentiamo? Probabilmente le stesse parole venivano rivolte anni fa ai minatori che chiedevano misure di sicurezza, per non morire come topi nei tunnel del carbone che serviva al “progresso”. Questo mondo del “razionale” Panebianco fa davvero schifo. Forse perchè per sognare qualcosa di diverso (da questa oscena realpolitk e realeconomics) bisogna essere, almeno un po’, “irrazionali”. Perchè certo sognare di vivere grazie all’energia che viene da vento, acqua e sole è una prospettiva tecnologica che ha una sua cifra “poetica”. E allora, tanti auguri Italia, cento di questi “irrazionali” sogni.
da Comitato Boscotrecase
Oggi è il compleanno d’Italia. Nel fiume di celebrazioni che ci investirà non mancherà la retorica buonista e nazional-patriottica. Una volta l’anno ci può anche stare. Meglio la celebrazione dei garibaldini che il leghista universo delle micropatrie razziste. La verità però è che la festa è un po’ rovinata dagli eventi, internazionali e domestici. Il Giappone vive ancora col fiato sospeso per sapere quanti morti dovrà piangere. E quanti anni, o decenni, dovrà attendere prima di tornare sui luoghi del disastro nucleare di Fukushima. Ma non basta. Di fronte alle nostre coste le rivolte arabe, che ci avevano scaldato il cuore e tenuto svegli la notte, vivono un momento di triste arretramento. In Egitto il popolo di Tahrir è stato tradito dall’esercito. In Libia, Gheddafi il folle marcia con i tank e bombarda dal cielo l’ultima roccaforte dei ribelli a Bengasi. Nel Golfo invece i carri sauditi, i nostri cari amici e storici alleati sauditi, affogano nel sangue la rivolta del Bahrein, come i Russi nel 1968 a Praga (solo che oggi ben pochi condannano i “russi-sauditi”). L’Europa, il mondo, assistono al declino del sogno rivoluzionario arabo con colpevole impotenza. Forse anche con sollievo, visto che la nostra tradizione è quella di intessere stretti rapporti con dittatori, oligopolisti e plutocrazie (da Gheddafi a Putin, passando per Wen Jiabao e Lucashenko la lista è lunga) piuttosto che agire da “promotori” di democrazia. Sarà più facile per l’Eni tornare al tavolo con il Colonnello che trattare con un nuovo caotico e ingestibile Consiglio rivoluzionario? Certo il minimo che ci si può augurare è che Gheddafi venda davvero tutto il suo petrolio a Cina e Russia, aggiungendo il danno alla beffa per l’inutile Europa. Ma c’è da scommettere che ciò non avverrà. Seppelliti i morti e scatenata la repressione, gli affari torneranno ad essere affari. I compleanni di solito servono, oltre a compromettere inutili diete, a fare bilanci e progetti per il futuro. Ma sul futuro italiano c’è poco da stare allegri vista la serie di sfide che dovremo affrontare. A partire da quella economica, ma non solo. Bonaccorsi dalla prima Siamo male attrezzati per competere col mondo globalizzato, perchè produciamo, da troppo tempo, pochissima innovazione. In questi giorni stiamo vivendo la più palese delle dimostrazioni di incongruità tra il futuro e la classe politica dominante. Di fronte al disastro giapponese, e al globale spostamento verso l’alta tecnologia e le fonti energetiche rinnovabili, il governo italiano insiste nell’imbarcarsi in una costosissima avventura nucleare. Nel Paese in cui andando in treno da Roma a Milano la linea telefonica cade 10 volte e non c’è un wi-fi degno di questo nome per lavorare, l’armata Brancaleone del premier procede con i suoi pseudo progetti a base di cemento, asfalto, radiazioni e tagli alla ricerca scientifica. Siamo anche impreparati alla inevitabile ondata migratoria che sarebbe arrivata comunque, rivoluzioni o no. L’impoverimento del Paese ha scatenato da anni ormai la lotta per quel poco che resta. La parabola elettorale della Lega ricalca, in controluce, quella dell’egoismo nostrano con relativa involuzione culturale bunghista. Nel breve periodo poi l’Italia dovrà affrontare la difficile uscita dalla crisi dei debiti sovrani in Europa, e i rischi conseguenti di crisi dell’euro. Dovrà affrontare l’inflazione che viene dal petrolio, e tassi d’interesse che salgono. Con quali idee, con quali persone? L’Italia è vecchia, dentro. E l’incarnazione migliore della sua incapacità di entrare nel futuro si trova oggi nel pressapochismo del Corriere della Sera di Ferruccio de Bortoli. Lo storico quotidiano (tornato alla preveggenza delle crociate contro la minigonna degli anni ‘60) ha scomodato firme del calibro di Stella, Rizzo e Mucchetti per sferrare l’attacco mediatico al settore delle rinnovabili. Ieri poi ci è toccato leggere pure Panebianco, che ha diviso il mondo tra i “razionali” che accettano i rischi del nucleare e gli “irrazionali” che per paura lo osteggiano. Che regalo ci ha fatto Panebianco. Perchè il suo “razionale” mondo è incastrato tra nucleare e petrolio, tra radiazioni e conflitti fossili, condito da una approssimazione scientifica imbarazzante. Per il corsivista di via Solferino “bisogna pur accettare qualche rischio”, in fondo la vita oggi è meglio di 50 anni fa. E allora di cosa ci lamentiamo? Probabilmente le stesse parole venivano rivolte anni fa ai minatori che chiedevano misure di sicurezza, per non morire come topi nei tunnel del carbone che serviva al “progresso”. Questo mondo del “razionale” Panebianco fa davvero schifo. Forse perchè per sognare qualcosa di diverso (da questa oscena realpolitk e realeconomics) bisogna essere, almeno un po’, “irrazionali”. Perchè certo sognare di vivere grazie all’energia che viene da vento, acqua e sole è una prospettiva tecnologica che ha una sua cifra “poetica”. E allora, tanti auguri Italia, cento di questi “irrazionali” sogni.
da Comitato Boscotrecase
giovedì 10 marzo 2011
Cittadini per il parco
In collaborazione con la Fondazione Cuciniello, presso la loro sede, mercoledì 16 ore 18,30 in corso Italia 125 Ercolano, riunione di zona del movimento "cittadini per il Parco" per i comuni di Torre del Greco, Ercolano, Portici e San Giorgio a Cremano.
La nascita del Parco Nazionale del Vesuvio, 15 anni or sono, avvenne quasi in sordina. Le singole amministrazioni comunali aderirono quasi per inerzia, una volta appurato che, almeno nell’immediato, l’adesione al Parco non comportasse ulteriori restrizioni in ambito edilizio, rispetto alla normativa preesistente. Una generica e velleitaria, in quanto generica, propensione a “sviluppare il turismo” fornì una motivazione plausibile e gli amministratori decisero di aderire al Parco senza porsi troppe domande, ma anche con poche idee e confuse.
La popolazione, a parte qualche gruppo di interesse, rimase sostanzialmente estranea a questo dibattito. Gli ambientalisti salutarono con entusiasmo la nascita del nuovo ente; altri temevano che l’istituzione del Parco potesse comportare nuovi vincoli “al fare”. Vincoli a costruire soprattutto. Già, perché il mattone, ovvero l’abusivismo edilizio, insieme ai ristoranti da cerimonia, alle cave e alle discariche abusive, hanno costituito per decenni “il modello di sviluppo” dominante nell’area “a monte” dei centri urbani.
In quel momento storico, quel modello di sviluppo era senso comune, pratica condivisa, cultura dominante. E oggi? Oggi le ultime cave sono state dismesse; l’antica “vocazione” alle discariche ha trovato il suggello nelle discariche di Stato; i novelli sposi sono alla ricerca di “location” meno maleodoranti e più suggestive per il loro giorno più bello; l’agricoltura, che già quindici anni fa era stremata e cedeva superficie alla speculazione edilizia, è ridotta a testimonianza; in compenso l’abusivismo edilizio dà segni di ripresa.
Tuttavia possiamo affermare che il “modello di sviluppo vesuviano” è sostanzialmente andato in crisi. Il territorio è stato consumato e ha perso “appeal”. Ma la nascita del Parco non doveva favorire un modello di sviluppo alternativo? Cosa ne é stato delle legittime speranze per un “altro” Vesuvio? La vicenda delle discariche di Stato è solo l’ultimo colpo ad un progetto già in
agonia. Il Parco non è mai decollato. E, in effetti, che cosa avrebbe potuto essere e non è stato? Quale futuro era, forse è ancora, lecito aspettarsi? Un modello di sviluppo “alternativo” potrebbe nascere in realtà dalla valorizzazione di due antichissime vocazioni dell’area, precedenti all’ “era del mattone”, quella agricola e quella turistica.
Una antica civiltà contadina, ricca di saperi e di prodotti, alcuni dei quali dalla fama leggendaria, è stata progressivamente spazzata via dalla pressione demografica proveniente “dal basso” e dalla speculazione edilizia. L’agricoltura vesuviana era debole strutturalmente. Maggiori costi di produzione, basse rese, stessi prezzi al mercato rispetto ai prodotti provenienti dai territori limitrofi. Andava valorizzata per tempo la straordinaria qualità organolettica dei suoi prodotti. Non è stato fatto. La viticoltura perde ogni anno superfici vitate. La grande coltura e cultura dell’albicocco è ormai relegata in pochi comuni del monte Somma. Oggi l’agricoltura vesuviana, sempre più accerchiata dal cemento, mortificata e screditata dalla cosiddetta “crisi dei rifiuti”, appare incapace di proporsi come il fulcro di un rilancio anche turistico del territorio. Ciononostante e incredibilmente, con il “pomodorino del piennolo del Vesuvio”, l’Italia ha ottenuto recentemente una nuova DOP.
Il turismo è una vocazione antichissima. L’ascesa al Vesuvio era un classico del Grand Tour ottocentesco. Ogni anno circa 500.000 persone visitano il cratere del Vesuvio, ma intorno al Gran Cono non siamo stati capaci di costruire dei percorsi turistici che valorizzassero le risorse del territorio e una rete di servizi a supporto.
L’unica “economia turistica” che si è stati in grado di produrre è stata quella dei “ristoranti sul Vesuvio”. Una economia importante, in termini di fatturato e per numero di addetti, quella dei ristoranti da cerimonia; peccato che spesso, quasi sempre, si sia trattato di nuove costruzioni, tutte rigorosamente abusive, esteticamente oscene, che offendono il paesaggio e fanno terra bruciata intorno a sé. Una ristorazione senza nessun legame con il territorio, che non fosse quello, talvolta, di una “veduta panoramica”, tra un parcheggio e un “Luna Park” per intrattenere i bambini, che oggi paga il conto di un uso dissennato e vorace del territorio. Un modello di turismo perfettamente compatibile quindi con l’edilizia abusiva privata e con il business delle discariche illegali di rifiuti più o meno pericolosi. Il territorio come bene da consumare. Il Vesuvio come bene turistico “mordi e fuggi”.
Poche le strutture alberghiere, per lo più connesse alla attività del turismo da cerimonia, destinate ad una clientela locale di coppiette o amanti in fuga dai rispettivi tetti coniugali.
I nodi da sciogliere per costruire un modello di sviluppo alternativo passano ancora per la risposta a queste domande (quale turismo?), per la risoluzione di antiche questioni.
Recupero di una dimensione produttiva per l’agricoltura. Sviluppo di un turismo sostenibile. Tutela e valorizzazione turistica dei siti di interesse naturalistico.
Sono questi i capisaldi intorno ai quali costruire una economia sostenibile capace di creare centinaia di nuovi posti di lavoro, migliorando al contempo le condizioni di vita degli stessi residenti.
Occorrono investimenti pubblici significativi, opere pubbliche per il riassetto idrogeologico e il ripristino della viabilità rurale, sinergie e concertazione con i privati che vogliano investire correttamente, garantire una manutenzione costante della sentieristica del Parco, politiche mirate di sostegno alle attività agricole, azioni efficaci e professionali di marketing territoriale; occorre che insieme al progetto, alle volontà e agli investimenti, si verifichino alcune pre-condizioni: un fermo stop all’abusivismo edilizio, che ha rialzato la testa; una bonifica a tappeto delle discariche vecchie e nuove; un sistema efficace di monitoraggio del territorio e di vigilanza delle aree protette.
L’ultima condizione, ma essenziale, affinché queste ipotesi di sviluppo possano essere seriamente perseguite, è, non solo, come è ovvio, che esse vengano condivise dai decisori politici, ma anche che le politiche atte a realizzarle siano coordinate e programmate da una regia politica e istituzionale unitaria. E veniamo quindi al ruolo dell’Ente Parco.
Quali sono i poteri dell’Ente Parco? In che modo e misura i comuni partecipano alla definizione delle politiche dell’ente? Può essere l’Ente Parco l’organismo politicoistituzionale in grado di svolgere questo ruolo di “regia”? Procedere verso la costituzione di “Unioni comunali” all’interno dell’area Parco, come previsto dal decreto legge 18 agosto 2000 n.267, può favorire l’adozione di politiche di sviluppo territoriale più efficaci?
I poteri del Parco sono più limitati di quanto non si creda. Solo oggi, a distanza di quindici anni, con l’approvazione avvenuta in consiglio regionale del Piano urbanistico del Parco, esiste uno strumento urbanistico a cui i piani regolatori dei comuni devono conformarsi. Ma manca ancora il regolamento attuativo, senza il quale anche i compiti e i poteri di tutela dell’ente, restano indeterminati. Alle dipendenze funzionali del Parco c’è una unità del corpo forestale, il CTA, che conta circa 50 addetti. Non tantissimi quindi. Porzioni importanti del territorio, come la riserva Alto Tirone della Guardia sono invece “demanio” e sotto la giurisdizione del corpo forestale. Solo da qualche anno l’area del Gran Cono e anche i proventi che si ricavano dalle visite (per la maggior parte redistribuiti alle guide), sono stati trasferiti nella diretta responsabilità giuridica dell’ente. Tra gli organismi di governo dell’ente c’è “la comunità del Parco”, un organo consultivo, che tuttavia nomina 5 membri su 12 nel Consiglio direttivo, in cui siedono i rappresentanti di tutti i comuni che fanno parte del Parco e che approva il piano pluriennale economico e sociale.
Ma aldilà di ogni valutazione su quanto “pesino” i comuni all’interno degli organismi dirigenti del Parco e di quanto potere decisionale sia invece investita la figura del Presidente, di nomina ministeriale, e del consiglio direttivo, quello che qui si vuole sottolineare, è che i comuni non hanno mai ritenuto che il Parco potesse essere la loro “casa comune”, il luogo istituzionale in cui progettare, pianificare e programmare lo sviluppo dei rispettivi territori, in una visione unitaria. E’ mancata e manca tuttora negli amministratori la consapevolezza della interdipendenza che lega i destini degli uni agli altri. D’altra parte lo stesso Ente Parco avrebbe dovuto qualificarsi in questi anni come “agenzia di sviluppo”; come un “think tank” al servizio di una missione comune. Per far questo avrebbe dovuto dotarsi di professionalità di altissimo profilo in molti campi del sapere scientifico ed economico, così da porsi come interlocutore autorevole rispetto agli enti locali. Anche questo non è avvenuto. Il Parco quindi è stato vissuto dai comuni come una fonte di finanziamento occasionale, beneficiaria di finanziamenti pubblici ed europei legati a singole
progettualità, ce sono stati, di volta in volta, sistematicamente spartiti tra gli enti locali tenendo conto delle rispettive “grandezze” e non utilizzati secondo logiche e progettualità che facessero prevalere un disegno strategico sugli interessi particolari. Così come gli amministratori locali non hanno saputo o voluto vedere nell’ Ente Parco il possibile fulcro intorno al quale coordinare le politiche di sviluppo territoriale, parimenti non si è sviluppato nei nostri comuni alcun dibattito significativo sulle opportunità offerte dalla legislazione di procedere ad una integrazione, anche solo parziale, di compiti e funzioni di enti locali contigui, le cosiddette Unioni Comunali.
E’ di tutta evidenza come, all’interno dell’area Parco e anche al di fuori di essa, vi siano tutte le condizioni, e la convenienza, a procedere speditamente verso queste forme di integrazione. I campanilismi o la strenua difesa del proprio orticello elettorale, mal si conciliano con la necessità di affrontare e risolvere problemi che potrebbero essere più efficacemente affrontati e risolti se posti su una scala territoriale più ampia. All’interno dell’area Parco potrebbe nascere più di una “Unione”; questa integrazione favorirebbe a sua volta la composizione degli interessi collettivi all’interno dell’Ente Parco e finalmente la programmazione di interventi strategici nell’ottica di un approccio sistemico allo sviluppo dell’area.
Naturalmente, non si può immaginare di imprimere una inversione di tendenza a “monte”, se tutto resta come prima “a valle”, né si possono immaginare “muri divisori” che separino il Parco dalle aree più urbanizzate. Già alcuni comuni del Parco, tra i più estesi territorialmente, vivono la condizione schizofrenica di avere parte del proprio territorio nel Parco e parte al di fuori di esso. Sono le cosiddette “aree contigue”. Esse sono costituite dai centri urbani di città grandi come Ercolano e Torre del Greco, ovvero dalle aree urbanizzate dei comuni del monte Somma. Vi sono poi i centri urbani di comuni come Portici, San Giorgio, Cercola, Torre Annunziata, che pur non facendo parte del Parco, esercitano una indubbia “pressione” sulle aree a monte.
Noi crediamo che un disegno efficace di sviluppo per l’area Parco difficilmente possa immaginarsi prescindendo dal decongestionamento e da una credibile ipotesi di riconversione economica e produttiva della cinta urbana “a valle”. Occorre quindi, pur nella specificità delle singole realtà territoriali e dei rispettivi tessuti produttivi, ricercare delle linee di continuità tra lo sviluppo dei centri urbani e lo sviluppo dell’area Parco.
Certamente il turismo e il rilancio dell’artigianato costituiscono il naturale “trait d’union” tra la costa del Vesuvio e l’area a “monte”. Basti pensare all’enorme patrimonio, in gran parte inutilizzato, costituito dalle ville settecentesche del Miglio D’oro; all’area archeologica di Ercolano; alla manifattura del corallo. Non è difficile immaginare dei percorsi turistici che si snodino dalle Ville settecentesche alle Masserie; dagli scavi di Ercolano ai sentieri del Parco Vesuvio; dai laboratori dell’arte orafa alle cantine del Lacryma Christi. La riconversione, ai fini dello sviluppo turistico, dei piccoli porti di Torre del Greco e dello storico approdo borbonico del Granatello a Portici, oggi oggetto di un programma di recupero, aggiungerebbero un altro fondamentale tassello a questo quadro di rilancio. Più complessa appare la convivenza di altre attività, industriali e dei servizi, con le esigenze di una “green economy”. Il caos urbanistico e l’anarchia del costruire da una parte, la mancanza di spazio per insediare tali attività dall’altra, hanno portato ad insediamenti disordinati e ad una pressione antropica verso le aree a monte, le uniche
disponibili, andando a pregiudicare, in una ampia fascia “pedemontana”, la possibilità di uno sviluppo coerente con le finalità dell’Ente Parco. Da questa “empasse”, se ne può uscire soltanto con una difesa strenua delle aree di pregio rimaste in equilibrio ambientale, ancorché precario, ma anche con la razionalizzazione dell’esistente e la individuazione, finalmente, di aree di sviluppo industriale e dei servizi, verso le quali incentivare le imprese a delocalizzare gli impianti, decongestionando i centri urbani e i centri storici, recuperando suoli nella fascia pedemontana, restituendo vivibilità ai residenti e opportunità per lo sviluppo turistico ai centri storici, anche sul piano della ricettività alberghiera e della ospitalità diffusa.
Questi i fatti. Questa l’analisi. In una recente e contrastata trasmissione televisiva di successo, gli autori si domandavano a vicenda: resto perchè? Vado via perché? Una volta scelta la prima opzione, bisogna tuttavia che il nostro restare abbia una prospettiva, confidi di trovare una via di uscita positiva alla insopportabilità e al nichilismo della situazione odierna. Ecco, noi vogliamo lavorare alla individuazione di questa exit strategy, che è in realtà la ricerca di una strategia per restare, ovvero per cambiare profondamente in meglio i luoghi in cui viviamo.
La domanda che ci poniamo allora è: cosa possiamo fare per cambiare questo stato di cose?
La nostra ricetta è semplice, sicuramente difficile da realizzare, ma, ne siamo convinti, essa rappresenta la sola strada percorribile: solo costruendo una mobilitazione di centinaia e migliaia di persone a sostegno di un modello di sviluppo alternativo, sarà possibile condizionare i decisori politici ad agire in maniera coerente e consequenziale al raggiungimento di questi obiettivi. Solo se si creerà un fortissimo movimento di opinione, in grado di interloquire autorevolmente con la politica e con le istituzioni, le nostre richieste potranno essere accolte.
Solo se i nostri valori, i nostri principi, la nostra visione, le nostre proposte, l’idea stessa di un modello di sviluppo diverso, diventeranno sentire comune di molte più persone di quanto non lo siano oggi, sarà possibile determinare un cambiamento profondo nel nostro vivere sociale, del nostro modo di vivere e del nostro rapporto con il territorio e l’ambiente in cui viviamo.
Per questo vi chiediamo di unirvi a noi, per costituire una rete di tutti i gruppi e le associazioni attive nei comuni dell’area Parco che condividano i valori, le analisi e le proposte di questo appello. Per condividere il nostro impegno, per arricchire la nostra proposta con le vostre proposte, per moltiplicare le nostre energie, per lavorare insieme a far crescere sensibilità e mobilitazione per un futuro migliore per tutti.
CIA (confederazione italiana agricoltori) di Napoli e Caserta
Legambiente Campania
Rete dei comitati antidiscarica vesuviani
Condotta Slow Food Vesuvio
La nascita del Parco Nazionale del Vesuvio, 15 anni or sono, avvenne quasi in sordina. Le singole amministrazioni comunali aderirono quasi per inerzia, una volta appurato che, almeno nell’immediato, l’adesione al Parco non comportasse ulteriori restrizioni in ambito edilizio, rispetto alla normativa preesistente. Una generica e velleitaria, in quanto generica, propensione a “sviluppare il turismo” fornì una motivazione plausibile e gli amministratori decisero di aderire al Parco senza porsi troppe domande, ma anche con poche idee e confuse.
La popolazione, a parte qualche gruppo di interesse, rimase sostanzialmente estranea a questo dibattito. Gli ambientalisti salutarono con entusiasmo la nascita del nuovo ente; altri temevano che l’istituzione del Parco potesse comportare nuovi vincoli “al fare”. Vincoli a costruire soprattutto. Già, perché il mattone, ovvero l’abusivismo edilizio, insieme ai ristoranti da cerimonia, alle cave e alle discariche abusive, hanno costituito per decenni “il modello di sviluppo” dominante nell’area “a monte” dei centri urbani.
In quel momento storico, quel modello di sviluppo era senso comune, pratica condivisa, cultura dominante. E oggi? Oggi le ultime cave sono state dismesse; l’antica “vocazione” alle discariche ha trovato il suggello nelle discariche di Stato; i novelli sposi sono alla ricerca di “location” meno maleodoranti e più suggestive per il loro giorno più bello; l’agricoltura, che già quindici anni fa era stremata e cedeva superficie alla speculazione edilizia, è ridotta a testimonianza; in compenso l’abusivismo edilizio dà segni di ripresa.
Tuttavia possiamo affermare che il “modello di sviluppo vesuviano” è sostanzialmente andato in crisi. Il territorio è stato consumato e ha perso “appeal”. Ma la nascita del Parco non doveva favorire un modello di sviluppo alternativo? Cosa ne é stato delle legittime speranze per un “altro” Vesuvio? La vicenda delle discariche di Stato è solo l’ultimo colpo ad un progetto già in
agonia. Il Parco non è mai decollato. E, in effetti, che cosa avrebbe potuto essere e non è stato? Quale futuro era, forse è ancora, lecito aspettarsi? Un modello di sviluppo “alternativo” potrebbe nascere in realtà dalla valorizzazione di due antichissime vocazioni dell’area, precedenti all’ “era del mattone”, quella agricola e quella turistica.
Una antica civiltà contadina, ricca di saperi e di prodotti, alcuni dei quali dalla fama leggendaria, è stata progressivamente spazzata via dalla pressione demografica proveniente “dal basso” e dalla speculazione edilizia. L’agricoltura vesuviana era debole strutturalmente. Maggiori costi di produzione, basse rese, stessi prezzi al mercato rispetto ai prodotti provenienti dai territori limitrofi. Andava valorizzata per tempo la straordinaria qualità organolettica dei suoi prodotti. Non è stato fatto. La viticoltura perde ogni anno superfici vitate. La grande coltura e cultura dell’albicocco è ormai relegata in pochi comuni del monte Somma. Oggi l’agricoltura vesuviana, sempre più accerchiata dal cemento, mortificata e screditata dalla cosiddetta “crisi dei rifiuti”, appare incapace di proporsi come il fulcro di un rilancio anche turistico del territorio. Ciononostante e incredibilmente, con il “pomodorino del piennolo del Vesuvio”, l’Italia ha ottenuto recentemente una nuova DOP.
Il turismo è una vocazione antichissima. L’ascesa al Vesuvio era un classico del Grand Tour ottocentesco. Ogni anno circa 500.000 persone visitano il cratere del Vesuvio, ma intorno al Gran Cono non siamo stati capaci di costruire dei percorsi turistici che valorizzassero le risorse del territorio e una rete di servizi a supporto.
L’unica “economia turistica” che si è stati in grado di produrre è stata quella dei “ristoranti sul Vesuvio”. Una economia importante, in termini di fatturato e per numero di addetti, quella dei ristoranti da cerimonia; peccato che spesso, quasi sempre, si sia trattato di nuove costruzioni, tutte rigorosamente abusive, esteticamente oscene, che offendono il paesaggio e fanno terra bruciata intorno a sé. Una ristorazione senza nessun legame con il territorio, che non fosse quello, talvolta, di una “veduta panoramica”, tra un parcheggio e un “Luna Park” per intrattenere i bambini, che oggi paga il conto di un uso dissennato e vorace del territorio. Un modello di turismo perfettamente compatibile quindi con l’edilizia abusiva privata e con il business delle discariche illegali di rifiuti più o meno pericolosi. Il territorio come bene da consumare. Il Vesuvio come bene turistico “mordi e fuggi”.
Poche le strutture alberghiere, per lo più connesse alla attività del turismo da cerimonia, destinate ad una clientela locale di coppiette o amanti in fuga dai rispettivi tetti coniugali.
I nodi da sciogliere per costruire un modello di sviluppo alternativo passano ancora per la risposta a queste domande (quale turismo?), per la risoluzione di antiche questioni.
Recupero di una dimensione produttiva per l’agricoltura. Sviluppo di un turismo sostenibile. Tutela e valorizzazione turistica dei siti di interesse naturalistico.
Sono questi i capisaldi intorno ai quali costruire una economia sostenibile capace di creare centinaia di nuovi posti di lavoro, migliorando al contempo le condizioni di vita degli stessi residenti.
Occorrono investimenti pubblici significativi, opere pubbliche per il riassetto idrogeologico e il ripristino della viabilità rurale, sinergie e concertazione con i privati che vogliano investire correttamente, garantire una manutenzione costante della sentieristica del Parco, politiche mirate di sostegno alle attività agricole, azioni efficaci e professionali di marketing territoriale; occorre che insieme al progetto, alle volontà e agli investimenti, si verifichino alcune pre-condizioni: un fermo stop all’abusivismo edilizio, che ha rialzato la testa; una bonifica a tappeto delle discariche vecchie e nuove; un sistema efficace di monitoraggio del territorio e di vigilanza delle aree protette.
L’ultima condizione, ma essenziale, affinché queste ipotesi di sviluppo possano essere seriamente perseguite, è, non solo, come è ovvio, che esse vengano condivise dai decisori politici, ma anche che le politiche atte a realizzarle siano coordinate e programmate da una regia politica e istituzionale unitaria. E veniamo quindi al ruolo dell’Ente Parco.
Quali sono i poteri dell’Ente Parco? In che modo e misura i comuni partecipano alla definizione delle politiche dell’ente? Può essere l’Ente Parco l’organismo politicoistituzionale in grado di svolgere questo ruolo di “regia”? Procedere verso la costituzione di “Unioni comunali” all’interno dell’area Parco, come previsto dal decreto legge 18 agosto 2000 n.267, può favorire l’adozione di politiche di sviluppo territoriale più efficaci?
I poteri del Parco sono più limitati di quanto non si creda. Solo oggi, a distanza di quindici anni, con l’approvazione avvenuta in consiglio regionale del Piano urbanistico del Parco, esiste uno strumento urbanistico a cui i piani regolatori dei comuni devono conformarsi. Ma manca ancora il regolamento attuativo, senza il quale anche i compiti e i poteri di tutela dell’ente, restano indeterminati. Alle dipendenze funzionali del Parco c’è una unità del corpo forestale, il CTA, che conta circa 50 addetti. Non tantissimi quindi. Porzioni importanti del territorio, come la riserva Alto Tirone della Guardia sono invece “demanio” e sotto la giurisdizione del corpo forestale. Solo da qualche anno l’area del Gran Cono e anche i proventi che si ricavano dalle visite (per la maggior parte redistribuiti alle guide), sono stati trasferiti nella diretta responsabilità giuridica dell’ente. Tra gli organismi di governo dell’ente c’è “la comunità del Parco”, un organo consultivo, che tuttavia nomina 5 membri su 12 nel Consiglio direttivo, in cui siedono i rappresentanti di tutti i comuni che fanno parte del Parco e che approva il piano pluriennale economico e sociale.
Ma aldilà di ogni valutazione su quanto “pesino” i comuni all’interno degli organismi dirigenti del Parco e di quanto potere decisionale sia invece investita la figura del Presidente, di nomina ministeriale, e del consiglio direttivo, quello che qui si vuole sottolineare, è che i comuni non hanno mai ritenuto che il Parco potesse essere la loro “casa comune”, il luogo istituzionale in cui progettare, pianificare e programmare lo sviluppo dei rispettivi territori, in una visione unitaria. E’ mancata e manca tuttora negli amministratori la consapevolezza della interdipendenza che lega i destini degli uni agli altri. D’altra parte lo stesso Ente Parco avrebbe dovuto qualificarsi in questi anni come “agenzia di sviluppo”; come un “think tank” al servizio di una missione comune. Per far questo avrebbe dovuto dotarsi di professionalità di altissimo profilo in molti campi del sapere scientifico ed economico, così da porsi come interlocutore autorevole rispetto agli enti locali. Anche questo non è avvenuto. Il Parco quindi è stato vissuto dai comuni come una fonte di finanziamento occasionale, beneficiaria di finanziamenti pubblici ed europei legati a singole
progettualità, ce sono stati, di volta in volta, sistematicamente spartiti tra gli enti locali tenendo conto delle rispettive “grandezze” e non utilizzati secondo logiche e progettualità che facessero prevalere un disegno strategico sugli interessi particolari. Così come gli amministratori locali non hanno saputo o voluto vedere nell’ Ente Parco il possibile fulcro intorno al quale coordinare le politiche di sviluppo territoriale, parimenti non si è sviluppato nei nostri comuni alcun dibattito significativo sulle opportunità offerte dalla legislazione di procedere ad una integrazione, anche solo parziale, di compiti e funzioni di enti locali contigui, le cosiddette Unioni Comunali.
E’ di tutta evidenza come, all’interno dell’area Parco e anche al di fuori di essa, vi siano tutte le condizioni, e la convenienza, a procedere speditamente verso queste forme di integrazione. I campanilismi o la strenua difesa del proprio orticello elettorale, mal si conciliano con la necessità di affrontare e risolvere problemi che potrebbero essere più efficacemente affrontati e risolti se posti su una scala territoriale più ampia. All’interno dell’area Parco potrebbe nascere più di una “Unione”; questa integrazione favorirebbe a sua volta la composizione degli interessi collettivi all’interno dell’Ente Parco e finalmente la programmazione di interventi strategici nell’ottica di un approccio sistemico allo sviluppo dell’area.
Naturalmente, non si può immaginare di imprimere una inversione di tendenza a “monte”, se tutto resta come prima “a valle”, né si possono immaginare “muri divisori” che separino il Parco dalle aree più urbanizzate. Già alcuni comuni del Parco, tra i più estesi territorialmente, vivono la condizione schizofrenica di avere parte del proprio territorio nel Parco e parte al di fuori di esso. Sono le cosiddette “aree contigue”. Esse sono costituite dai centri urbani di città grandi come Ercolano e Torre del Greco, ovvero dalle aree urbanizzate dei comuni del monte Somma. Vi sono poi i centri urbani di comuni come Portici, San Giorgio, Cercola, Torre Annunziata, che pur non facendo parte del Parco, esercitano una indubbia “pressione” sulle aree a monte.
Noi crediamo che un disegno efficace di sviluppo per l’area Parco difficilmente possa immaginarsi prescindendo dal decongestionamento e da una credibile ipotesi di riconversione economica e produttiva della cinta urbana “a valle”. Occorre quindi, pur nella specificità delle singole realtà territoriali e dei rispettivi tessuti produttivi, ricercare delle linee di continuità tra lo sviluppo dei centri urbani e lo sviluppo dell’area Parco.
Certamente il turismo e il rilancio dell’artigianato costituiscono il naturale “trait d’union” tra la costa del Vesuvio e l’area a “monte”. Basti pensare all’enorme patrimonio, in gran parte inutilizzato, costituito dalle ville settecentesche del Miglio D’oro; all’area archeologica di Ercolano; alla manifattura del corallo. Non è difficile immaginare dei percorsi turistici che si snodino dalle Ville settecentesche alle Masserie; dagli scavi di Ercolano ai sentieri del Parco Vesuvio; dai laboratori dell’arte orafa alle cantine del Lacryma Christi. La riconversione, ai fini dello sviluppo turistico, dei piccoli porti di Torre del Greco e dello storico approdo borbonico del Granatello a Portici, oggi oggetto di un programma di recupero, aggiungerebbero un altro fondamentale tassello a questo quadro di rilancio. Più complessa appare la convivenza di altre attività, industriali e dei servizi, con le esigenze di una “green economy”. Il caos urbanistico e l’anarchia del costruire da una parte, la mancanza di spazio per insediare tali attività dall’altra, hanno portato ad insediamenti disordinati e ad una pressione antropica verso le aree a monte, le uniche
disponibili, andando a pregiudicare, in una ampia fascia “pedemontana”, la possibilità di uno sviluppo coerente con le finalità dell’Ente Parco. Da questa “empasse”, se ne può uscire soltanto con una difesa strenua delle aree di pregio rimaste in equilibrio ambientale, ancorché precario, ma anche con la razionalizzazione dell’esistente e la individuazione, finalmente, di aree di sviluppo industriale e dei servizi, verso le quali incentivare le imprese a delocalizzare gli impianti, decongestionando i centri urbani e i centri storici, recuperando suoli nella fascia pedemontana, restituendo vivibilità ai residenti e opportunità per lo sviluppo turistico ai centri storici, anche sul piano della ricettività alberghiera e della ospitalità diffusa.
Questi i fatti. Questa l’analisi. In una recente e contrastata trasmissione televisiva di successo, gli autori si domandavano a vicenda: resto perchè? Vado via perché? Una volta scelta la prima opzione, bisogna tuttavia che il nostro restare abbia una prospettiva, confidi di trovare una via di uscita positiva alla insopportabilità e al nichilismo della situazione odierna. Ecco, noi vogliamo lavorare alla individuazione di questa exit strategy, che è in realtà la ricerca di una strategia per restare, ovvero per cambiare profondamente in meglio i luoghi in cui viviamo.
La domanda che ci poniamo allora è: cosa possiamo fare per cambiare questo stato di cose?
La nostra ricetta è semplice, sicuramente difficile da realizzare, ma, ne siamo convinti, essa rappresenta la sola strada percorribile: solo costruendo una mobilitazione di centinaia e migliaia di persone a sostegno di un modello di sviluppo alternativo, sarà possibile condizionare i decisori politici ad agire in maniera coerente e consequenziale al raggiungimento di questi obiettivi. Solo se si creerà un fortissimo movimento di opinione, in grado di interloquire autorevolmente con la politica e con le istituzioni, le nostre richieste potranno essere accolte.
Solo se i nostri valori, i nostri principi, la nostra visione, le nostre proposte, l’idea stessa di un modello di sviluppo diverso, diventeranno sentire comune di molte più persone di quanto non lo siano oggi, sarà possibile determinare un cambiamento profondo nel nostro vivere sociale, del nostro modo di vivere e del nostro rapporto con il territorio e l’ambiente in cui viviamo.
Per questo vi chiediamo di unirvi a noi, per costituire una rete di tutti i gruppi e le associazioni attive nei comuni dell’area Parco che condividano i valori, le analisi e le proposte di questo appello. Per condividere il nostro impegno, per arricchire la nostra proposta con le vostre proposte, per moltiplicare le nostre energie, per lavorare insieme a far crescere sensibilità e mobilitazione per un futuro migliore per tutti.
CIA (confederazione italiana agricoltori) di Napoli e Caserta
Legambiente Campania
Rete dei comitati antidiscarica vesuviani
Condotta Slow Food Vesuvio
Napoli, per il via alla nuova stazione della metro, tagli a funicolari e Linea 6
NAPOLI - Partirà entro la fine di marzo il primo treno-navetta da piazza Bovio a piazza Dante. L’avvio delle procedure è stato pianificato nelle ultime ore a palazzo San Giacomo, al termine di lunghe settimane di sofferta organizzazione: per consentire il via vai del trenino sulla nuova brevissima tratta, è stato deciso un poderoso ridimensionamento di altre linee.
Tagliate di netto sei ore al giorno della linea 6, accorciati gli orari serali delle funicolari che chiuderanno tutte, inderogabilmente, alle 22 ogni giorno.
All’entusiasmo per l’inaugurazione della nuova tratta, fanno da contraltare le forti polemiche degli utenti scaturite dalla diffusione dei particolari sul ridimensionamento dei servizi. È stato Andrea Santoro, consigliere comunale d’opposizione, in prima linea nei recenti giorni caldi delle dimissioni per far decadere il sindaco, a svelare quel che è stato deciso nella delibera di Giunta dell’altroieri, 7 marzo, che ha ufficializzato le novità nel trasporto di Metronapoli: «Si tratta di una operazione a fini elettorali che va a scapito degli utenti», ha detto, fra l’altro, Santoro.
Da palazzo San Giacomo, invece, spiegano che tutta la vicenda è stata studiata nei particolari e che i disagi per gli utenti saranno pochissimi. Il taglio più feroce è stato effettuato sui viaggi della linea 6 della Metropolitana, quella che attualmente parte dalla Mostra d’Oltremare e arriva a Mergellina e che nei piani futuri è destinata a raggiungere Piazza Municipio dove ci sarà la stazione di collegamento fra la linea 6 e la linea 1. Attualmente, e ancora per poco, quei treni partono alle sei e mezzo del mattino e proseguono le corse ininterrottamente fino alle 21,15. Dal giorno in cui entrerà in funzione la nuova navetta da piazza Bovio, invece, le corse della linea 6 termineranno alle 14,30.
La chiusura anticipata della linea 6 è il prezzo che bisogna pagare all’apertura del nuovo percorso nel centro di Napoli. È la stessa delibera di Giunta del 7 marzo che spiega: «La riduzione delle corse giornaliere è necessaria per reperire personale (macchinisti e agenti di stazione) da impiegare per i nuovi servizi sulla tratta Dante-Bovio». Insomma, la coperta è corta, se la tiri dalla parte della stazione università lasci scoperta quella di Mergellina.
Il taglio delle corse della linea 6, spiegano da palazzo San Giacomo, è stato deciso dopo aver studiato i dati sull’utilizzo di quei treni: secondo le statistiche, sono pochissimi i napoletani che sfruttano quel percorso, per cui i disagi saranno limitati.
Discorso diverso per le funicolari. Oggi la Centrale e quella di Chiaia svolgono l’ultima corsa a mezzanotte e mezza. Da quando entrerà in vigore il nuovo piano tutti i vagoni delle funicolari si fermeranno alle 22, con buona pace delle persone che utilizzavano i trasporti pubblici per andare al cinema o al teatro e che, d’ora in poi, dovranno prendere l’automobile. Sulla vicenda delle funicolari c’è una trattativa ancora in corso. Si sta tentando di mettere in salvo le corse «notturne» almeno della funicolare centrale per consentire un collegamento diretto tra Vomero e Centro almeno attraverso un canale.
La delibera della Giunta del 7 marzo (assenti gli assessori Ponticelli, Guida, Saggese e Pagano) si trova attualmente ancora alla fase del vaglio definitivo. Il documento contiene anche le previsioni di spesa da parte del Comune di 28 milioni e 170 mila euro per i servizi erogati da Metronapoli, e lo smistamento alla stessa società dei 13 milioni destinati dalla Regione al Comune per i servizi minimi ferroviari.
di Paolo Barbuto - ilmattino.it
Tagliate di netto sei ore al giorno della linea 6, accorciati gli orari serali delle funicolari che chiuderanno tutte, inderogabilmente, alle 22 ogni giorno.
All’entusiasmo per l’inaugurazione della nuova tratta, fanno da contraltare le forti polemiche degli utenti scaturite dalla diffusione dei particolari sul ridimensionamento dei servizi. È stato Andrea Santoro, consigliere comunale d’opposizione, in prima linea nei recenti giorni caldi delle dimissioni per far decadere il sindaco, a svelare quel che è stato deciso nella delibera di Giunta dell’altroieri, 7 marzo, che ha ufficializzato le novità nel trasporto di Metronapoli: «Si tratta di una operazione a fini elettorali che va a scapito degli utenti», ha detto, fra l’altro, Santoro.
Da palazzo San Giacomo, invece, spiegano che tutta la vicenda è stata studiata nei particolari e che i disagi per gli utenti saranno pochissimi. Il taglio più feroce è stato effettuato sui viaggi della linea 6 della Metropolitana, quella che attualmente parte dalla Mostra d’Oltremare e arriva a Mergellina e che nei piani futuri è destinata a raggiungere Piazza Municipio dove ci sarà la stazione di collegamento fra la linea 6 e la linea 1. Attualmente, e ancora per poco, quei treni partono alle sei e mezzo del mattino e proseguono le corse ininterrottamente fino alle 21,15. Dal giorno in cui entrerà in funzione la nuova navetta da piazza Bovio, invece, le corse della linea 6 termineranno alle 14,30.
La chiusura anticipata della linea 6 è il prezzo che bisogna pagare all’apertura del nuovo percorso nel centro di Napoli. È la stessa delibera di Giunta del 7 marzo che spiega: «La riduzione delle corse giornaliere è necessaria per reperire personale (macchinisti e agenti di stazione) da impiegare per i nuovi servizi sulla tratta Dante-Bovio». Insomma, la coperta è corta, se la tiri dalla parte della stazione università lasci scoperta quella di Mergellina.
Il taglio delle corse della linea 6, spiegano da palazzo San Giacomo, è stato deciso dopo aver studiato i dati sull’utilizzo di quei treni: secondo le statistiche, sono pochissimi i napoletani che sfruttano quel percorso, per cui i disagi saranno limitati.
Discorso diverso per le funicolari. Oggi la Centrale e quella di Chiaia svolgono l’ultima corsa a mezzanotte e mezza. Da quando entrerà in vigore il nuovo piano tutti i vagoni delle funicolari si fermeranno alle 22, con buona pace delle persone che utilizzavano i trasporti pubblici per andare al cinema o al teatro e che, d’ora in poi, dovranno prendere l’automobile. Sulla vicenda delle funicolari c’è una trattativa ancora in corso. Si sta tentando di mettere in salvo le corse «notturne» almeno della funicolare centrale per consentire un collegamento diretto tra Vomero e Centro almeno attraverso un canale.
La delibera della Giunta del 7 marzo (assenti gli assessori Ponticelli, Guida, Saggese e Pagano) si trova attualmente ancora alla fase del vaglio definitivo. Il documento contiene anche le previsioni di spesa da parte del Comune di 28 milioni e 170 mila euro per i servizi erogati da Metronapoli, e lo smistamento alla stessa società dei 13 milioni destinati dalla Regione al Comune per i servizi minimi ferroviari.
di Paolo Barbuto - ilmattino.it
martedì 8 marzo 2011
Torre del Greco, imprenditore denuncia il racket: tre arresti tra i Papale-Di Gioia
TORRE DEL GRECO - Ancora una volta è stata la collaborazione degli imprenditori vessati a indirizzare il lavoro delle forze dell'ordine. E così i carabinieri del nucleo investigativo di Torre Annunziata sono arrivati alla cattura di tre esponenti di quello che gli inquirenti considerano un nuovo sodalizio criminale, nato dalla ceneri del clan Falanga, sfaldatosi grazie agli arresti eseguiti negli ultimi anni: un sodalizio nato dalla collaborazione tra i Di Gioia, operanti nella città vesuviana, e i Papale, organizzazione attiva nella vicina Ercolano, e pronto ad imporre il pizzo alle forze produttive di Torre del Greco.
In manette sono finiti un incensurato, A.M., di 36 anni, e due volti noti alle forze dell'ordine, Mario Falanga, di 24 anni, e Bartolo Palomba, 31 anni: tutti sono accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Tutto nasce dalla denuncia del titolare di un'impresa di onoranze funebri, ai quali gli esponenti del clan Di Gioia-Papale avevano chiesto una tangente da 20 mila euro spalmata in tre rate: a Natale, Pasqua e a ferragosto. Proprio la richiesta natalizia di 5.500 euro ha fatto scattare la denuncia. Il lavoro delle forze dell'ordine ha portato oggi all'esecuzione di un'ordinanza di arresto, emessa dalla procura di Torre Annunziata, nei confronti dei tre appartenenti alla nuova organizzazione criminale.
Nel corso delle indagini è emersa una seconda richiesta di pizzo ai danni di un altro imprenditore. I militari hanno accertato che di norma le richieste erano spalmate in due rate da 10 mila euro ciascuna. Il blitz è scattato all'alba: in casa di Bartolo Palomba, che gli inquirenti ritengono abbia un ruolo primario della vicenda e nell'intera organizzazione criminale, i carabinieri hanno anche sequestrato duemila euro e un sistema di videosorveglianza composto da sei telecamere e due grossi monitor, mentre nell'appartamento di Mario Falanga sono stati trovati numerosi appunti con nomi e cifre. Appunti, ora al vaglio degli investigatori, che potrebbero portare alla luce nuovi elementi relativi al giro di richieste estorsive a Torre del Greco.
da ilmattino.it
In manette sono finiti un incensurato, A.M., di 36 anni, e due volti noti alle forze dell'ordine, Mario Falanga, di 24 anni, e Bartolo Palomba, 31 anni: tutti sono accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Tutto nasce dalla denuncia del titolare di un'impresa di onoranze funebri, ai quali gli esponenti del clan Di Gioia-Papale avevano chiesto una tangente da 20 mila euro spalmata in tre rate: a Natale, Pasqua e a ferragosto. Proprio la richiesta natalizia di 5.500 euro ha fatto scattare la denuncia. Il lavoro delle forze dell'ordine ha portato oggi all'esecuzione di un'ordinanza di arresto, emessa dalla procura di Torre Annunziata, nei confronti dei tre appartenenti alla nuova organizzazione criminale.
Nel corso delle indagini è emersa una seconda richiesta di pizzo ai danni di un altro imprenditore. I militari hanno accertato che di norma le richieste erano spalmate in due rate da 10 mila euro ciascuna. Il blitz è scattato all'alba: in casa di Bartolo Palomba, che gli inquirenti ritengono abbia un ruolo primario della vicenda e nell'intera organizzazione criminale, i carabinieri hanno anche sequestrato duemila euro e un sistema di videosorveglianza composto da sei telecamere e due grossi monitor, mentre nell'appartamento di Mario Falanga sono stati trovati numerosi appunti con nomi e cifre. Appunti, ora al vaglio degli investigatori, che potrebbero portare alla luce nuovi elementi relativi al giro di richieste estorsive a Torre del Greco.
da ilmattino.it
lunedì 7 marzo 2011
I lavoratori della scuola pubblica rispondono alle offese del premier
Caro Presidente del Consiglio,
sono precario ma sono felice di poter insegnare,
sono precario e sono felice di vedere ogni mattina i miei ragazzi,
sono precario e lavoro su tre sedi, ma sono felice,
sono precario ed insegno su tredici classi, ma sono felice,
sono precario e i miei 400 alunni non lo sanno, ma sono felice,
sono precario e non so mai se potrò insegnare l'anno dopo, ma questo non mi impedisce di essere felice,
sono precario e sopporto tutto, perché voglio dare ai ragazzi la possibilità di essere felici.
Io "inculco" la felicità, Lei "inculca" la tristezza del mondo che invecchia.
sono precario ma sono felice di poter insegnare,
sono precario e sono felice di vedere ogni mattina i miei ragazzi,
sono precario e lavoro su tre sedi, ma sono felice,
sono precario ed insegno su tredici classi, ma sono felice,
sono precario e i miei 400 alunni non lo sanno, ma sono felice,
sono precario e non so mai se potrò insegnare l'anno dopo, ma questo non mi impedisce di essere felice,
sono precario e sopporto tutto, perché voglio dare ai ragazzi la possibilità di essere felici.
Io "inculco" la felicità, Lei "inculca" la tristezza del mondo che invecchia.
Daniele - FLCCGIL
Militari amici
E se i militari ke ora presidiano le nostre strade, quelle della provincia di Napoli e Caserta, un giorno dovessero ricevere l'ordine di reprimere manifestazioni e proteste? Ora sono quasi "impalpabili": fanno compagnia ai Carabinieri nei posti di blocchi, è venuto un periodo in cui spalavano addirittura la spazzatura. Si fermano lì, ad un incrocio: accendono sigarette, si fanno le foto con le ragazzine, vanno su e giù. Risalgono sulla jeep e vanno via, da questa missione noiosa. Che sembra "inutile". Ma se domani una manifestazione decidesse di sfilare per le strade fino ad arrivare ai palazzi del potere? Qualche settimana fa, in occasione della manifestazione "Se non ora, quando?" che si tenne anche a Napoli, i militari erano lì, a piazza Dante a godersi lo spettacolo. Ignari che se avessero ricevuto un ordine "superiore", quello spettacolo loro stessi l'avrebbero dovuto reprimere.
mercoledì 2 marzo 2011
Maresca: proficuo l'incontro con Schiano. Il Sindaco ringrazia il Comitato ed i tantissimi cittadini per l'impegno profuso
Comunicato stampa 01 marzo 2011 del Portavoce
“In merito al Maresca desidero ringraziare sinceramente sia Michele Schiano, Presidente della Commissione Sanità della regione Campania, per la Sua squisita sensibilità e attenzione mostrata nell’incontro tenuto nel pomeriggio presso il nostro Comune, sia il Comitato e i tantissimi cittadini per il notevole impegno civile profuso su una questione di prioritaria importanza per la collettività torrese e non solo”. Così Ciro Borriello, sindaco di Torre del Greco. “Abbiamo ricevuto – prosegue - conferme e assicurazioni dal Presidente Schiano che tutto quello che è possibile recuperare e valorizzare per l’immediato e prossimo futuro sarà salvaguardato. Saranno attivi, pertanto, il Pronto Soccorso, l’Urologia h12, Gastroentorologia ed altri reparti. Insomma, è un obiettivo non esaustivo, ma che ci consente di ragionare e aprire un varco per un destino di sicuro migliore di quanto fino a poco fa si era sciaguratamente preventivato”. “Continueremo – conclude il Primo cittadino - di certo e con determinazione a vigilare e seguire con scrupolo le fasi successive. In particolare, quelle dell’auspicabile rientro dall’emergenza e commissariamento della Sanità in Campania. Allora sono auspicabili ulteriori e ancora più favorevoli interventi per il prestigioso nosocomio. Intanto, sottolineo che tutti devono assolutamente fare la loro parte, in primis la Politica, quella vera che serve e tutela la salute dei cittadini. E questa Amministrazione non si sottrarrà a tale compito.”
Il Portavoce Antonio Borriello
“In merito al Maresca desidero ringraziare sinceramente sia Michele Schiano, Presidente della Commissione Sanità della regione Campania, per la Sua squisita sensibilità e attenzione mostrata nell’incontro tenuto nel pomeriggio presso il nostro Comune, sia il Comitato e i tantissimi cittadini per il notevole impegno civile profuso su una questione di prioritaria importanza per la collettività torrese e non solo”. Così Ciro Borriello, sindaco di Torre del Greco. “Abbiamo ricevuto – prosegue - conferme e assicurazioni dal Presidente Schiano che tutto quello che è possibile recuperare e valorizzare per l’immediato e prossimo futuro sarà salvaguardato. Saranno attivi, pertanto, il Pronto Soccorso, l’Urologia h12, Gastroentorologia ed altri reparti. Insomma, è un obiettivo non esaustivo, ma che ci consente di ragionare e aprire un varco per un destino di sicuro migliore di quanto fino a poco fa si era sciaguratamente preventivato”. “Continueremo – conclude il Primo cittadino - di certo e con determinazione a vigilare e seguire con scrupolo le fasi successive. In particolare, quelle dell’auspicabile rientro dall’emergenza e commissariamento della Sanità in Campania. Allora sono auspicabili ulteriori e ancora più favorevoli interventi per il prestigioso nosocomio. Intanto, sottolineo che tutti devono assolutamente fare la loro parte, in primis la Politica, quella vera che serve e tutela la salute dei cittadini. E questa Amministrazione non si sottrarrà a tale compito.”
Il Portavoce Antonio Borriello
lunedì 28 febbraio 2011
Manifestazione Torre del Greco
Lunedì 28 febbraio, ore 18.00. Partenza prevista da piazza Santa Croce.
La Cgil, nelle sue iniziative per il lavoro e i diritti, ritiene prioritario: affrontare la crisi del corallo per le gravi ripercussioni occupazionali; sostenere la lotta dei lavoratori della Tirrenia, che sono in gran parte residenti nelle città di Torre del Greco ed Ercolano.
La protesta sindacale dei marittimi è contro il Governo Berlusconi e il Commissario Straordinario di Tirrenia che non rispettano gli impegni assunti il 6 settembre 2010 di "salvaguardare gli attuali livelli occupazionali e la continuità contrattuale" nel processo di privatizzazione.
E' necessaria la riapertura del tavolo di confronto presso presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere i seguenti risultati: garanzie occupazionali e la conitnuità contrattuale; il ripristino delle linee Bari-Durazzo e Genova-Olbia; garanzie per il funzionamento della Cassa integrazione (Cigs) tra i vari turni aziendali, per evitare sperequazioni nei salati; di tenere conto, nel processo di vendita di Tirrenia, dei lavoratori delle liste stagionali e del turno generale, per evitare che essi siano definitivamente estromessi da ogni possibilità di imbarco dopo anni di precarietà.
Sono invitati: i lavoratori, i cittadini, le forze politiche e sociali, le istituzioni.
La Cgil, nelle sue iniziative per il lavoro e i diritti, ritiene prioritario: affrontare la crisi del corallo per le gravi ripercussioni occupazionali; sostenere la lotta dei lavoratori della Tirrenia, che sono in gran parte residenti nelle città di Torre del Greco ed Ercolano.
La protesta sindacale dei marittimi è contro il Governo Berlusconi e il Commissario Straordinario di Tirrenia che non rispettano gli impegni assunti il 6 settembre 2010 di "salvaguardare gli attuali livelli occupazionali e la continuità contrattuale" nel processo di privatizzazione.
E' necessaria la riapertura del tavolo di confronto presso presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per ottenere i seguenti risultati: garanzie occupazionali e la conitnuità contrattuale; il ripristino delle linee Bari-Durazzo e Genova-Olbia; garanzie per il funzionamento della Cassa integrazione (Cigs) tra i vari turni aziendali, per evitare sperequazioni nei salati; di tenere conto, nel processo di vendita di Tirrenia, dei lavoratori delle liste stagionali e del turno generale, per evitare che essi siano definitivamente estromessi da ogni possibilità di imbarco dopo anni di precarietà.
Sono invitati: i lavoratori, i cittadini, le forze politiche e sociali, le istituzioni.
Comunicato stampa
giovedì 24 febbraio 2011
Lotta Maresca. Arriva la lettera di Schiano. Il Comitato continua ad occupare. Ultimi aggiornamenti
Aggiornamento ore 23.00.
Parte del comitato continuerà ad occupare la sala del consiglio comunale ad oltranza, fino a quando il sindaco Borriello non comunicherà la data ufficiale dell'incontro con Calabrò, Schiano, Russo e Arsan. E' questa la decisione del comitato pro Maresca, arrivata dopo una burrascosa riunione interna, in cui sono emerse (e si sono scontrate) le varie anime del comitato.
Resta la manifestazione cittadina organizzata per oggi, mentre lunedì il comitato si unirà alla protesta dei marittimi.
Ore 13.30.
Ecco il testo della lettera mandata dall'on. Schiano al sindaco di Torre del Greco Ciro Borriello e al comitato pro Maresca: "In ordine alla pianificazione attuativa dalla Azienda Napoli 3 Sud si rappresenta che la mancata intesa con l'ASL Napoli 1 centro in merito al trasferimento delle professionalità di gastroenterologia del P.O. di Torre del Greco al P.O. Loreto Mare impone una rivisitazione della configurazione del presidio stesso. Tale rivisitazione deve tener conto anche di quanto programmato per il P.O. di Boscotrecase. In particolare ci si riferisce a quelle U.O. la cui piena operatività è stata subordinata al completamento dei lavori di edilizia sanitaria da attuarsi presso le stesse P.O. di Boscotrecase. Si rtiene, pertanto, che l'Azienda provveda a trasmettere una nuova pianificazione sulla base degli elementi innanzi riportati. Alla luce di quanto si evince si andrà verso una determinazione da parte della Regione Campania di: 1) Ospedali riuniti tra Boscotrecase e Torre del Greco. 2) Urologia nelle 12 ore e nel contempo permanenza per almeno 12 mesi del Pronto Sccorso al Maresca".
Il sindaco Borriello ritiene che sia stato fatto un grande passo avanti, "impensabile solo poco tempo fa", e invita il comitato a non proseguire ad oltranza con l'occupazione della sala consiliare: "Ieri ho soprasseduto perché sono con voi, ma non posso più ricevere pressioni e intimidazioni da parte vostra".
Il comitato, dal canto suo, si riunirà oggi pomeriggio per decidere le prossime mosse da fare. Gli animi, però, non sono dei migliori: "Questo documento - dicono - sostiene, in sostanza che 'visto che abbiamo problemi con lo spostamento del reparto di gastroenterologia al Loreto Mare, per il momento lo lasciamo al Maresca. Nel contempo, poiché questo reparto rimane a Torre del Greco, lasciamo aperto anche il pronto soccorso per 12 mesi (vale a dire il tempo per completare l'ospedale di Boscotrecase). In più vi diamo il reparto di urologia per 12 ore al giorno'. Questo documento (tra l'altro non protocollato), non risponde alle nostre richieste".
Ma il sindaco rilancia: "Il piano non può essere modificato, altrimenti i fondi non vengono sbloccati. Questo documento non cambia la forma del piano, cambia la sostanza, che è quel che conta ora. Quel che ancora posso fare è combinare un incontro con l'Arsan Russo e Calabrò".
Arnaldo M. Iodice - lapilli.eu
Parte del comitato continuerà ad occupare la sala del consiglio comunale ad oltranza, fino a quando il sindaco Borriello non comunicherà la data ufficiale dell'incontro con Calabrò, Schiano, Russo e Arsan. E' questa la decisione del comitato pro Maresca, arrivata dopo una burrascosa riunione interna, in cui sono emerse (e si sono scontrate) le varie anime del comitato.
Resta la manifestazione cittadina organizzata per oggi, mentre lunedì il comitato si unirà alla protesta dei marittimi.
Ore 13.30.
Ecco il testo della lettera mandata dall'on. Schiano al sindaco di Torre del Greco Ciro Borriello e al comitato pro Maresca: "In ordine alla pianificazione attuativa dalla Azienda Napoli 3 Sud si rappresenta che la mancata intesa con l'ASL Napoli 1 centro in merito al trasferimento delle professionalità di gastroenterologia del P.O. di Torre del Greco al P.O. Loreto Mare impone una rivisitazione della configurazione del presidio stesso. Tale rivisitazione deve tener conto anche di quanto programmato per il P.O. di Boscotrecase. In particolare ci si riferisce a quelle U.O. la cui piena operatività è stata subordinata al completamento dei lavori di edilizia sanitaria da attuarsi presso le stesse P.O. di Boscotrecase. Si rtiene, pertanto, che l'Azienda provveda a trasmettere una nuova pianificazione sulla base degli elementi innanzi riportati. Alla luce di quanto si evince si andrà verso una determinazione da parte della Regione Campania di: 1) Ospedali riuniti tra Boscotrecase e Torre del Greco. 2) Urologia nelle 12 ore e nel contempo permanenza per almeno 12 mesi del Pronto Sccorso al Maresca".
Il sindaco Borriello ritiene che sia stato fatto un grande passo avanti, "impensabile solo poco tempo fa", e invita il comitato a non proseguire ad oltranza con l'occupazione della sala consiliare: "Ieri ho soprasseduto perché sono con voi, ma non posso più ricevere pressioni e intimidazioni da parte vostra".
Il comitato, dal canto suo, si riunirà oggi pomeriggio per decidere le prossime mosse da fare. Gli animi, però, non sono dei migliori: "Questo documento - dicono - sostiene, in sostanza che 'visto che abbiamo problemi con lo spostamento del reparto di gastroenterologia al Loreto Mare, per il momento lo lasciamo al Maresca. Nel contempo, poiché questo reparto rimane a Torre del Greco, lasciamo aperto anche il pronto soccorso per 12 mesi (vale a dire il tempo per completare l'ospedale di Boscotrecase). In più vi diamo il reparto di urologia per 12 ore al giorno'. Questo documento (tra l'altro non protocollato), non risponde alle nostre richieste".
Ma il sindaco rilancia: "Il piano non può essere modificato, altrimenti i fondi non vengono sbloccati. Questo documento non cambia la forma del piano, cambia la sostanza, che è quel che conta ora. Quel che ancora posso fare è combinare un incontro con l'Arsan Russo e Calabrò".
Arnaldo M. Iodice - lapilli.eu
martedì 22 febbraio 2011
Lotta Maresca: venerdì manifestazione a piazza Santa Croce
Basta promesse. Da oggi si accettano solo i fatti. Il comitato pro Maresca non vuole sentire più ragioni. Martedì scorso il sub commissario alla Sanità Giuseppe Zuccatelli aveva promesso alla delegazione torrese un incontro con Caldoro: Zuccatelli non si è fatto più vivo. Nei giorni precedenti il sindaco Borriello aveva dato ampie garanzie sulla permanenza del reparto di urologia all'interno della struttura di via Montedoro: il reparto di urologia è stato chiuso. Come comportarsi, allora? Se ne è discusso ieri, alla sede del comitato di quartiere Rinascita. Esito dell'incontro: protesta cittadina venerdì pomeriggio, a piazza Santa Croce.
“La protesta è inevitabile – dicono i membri del comitato –: ci sentiamo presi in giro da tutti. Anche dal nostro sindaco, il quale dovrebbe essere il primo a lottare con noi, e invece ogni volta che lo contattiamo cerca di rimandare il confronto”. Fatto, questo, che non è mai andato giù al comitato. Perchè da Napoli giungono notizie strane: pare che la volontà tecnica di cambiare qualcosa nel Piano Ospedaliero Regionale ci sia stata. Ma sarebbe mancata la volontà politica locale. Come testimonierebbe l'ultimo Burc della Regione Campania: al comitato è giunta notizia che modifiche al piano Zuccatelli ce ne siano. Ma che nessuna riguardi il Maresca. Questo perchè le uniche correzioni fatte riguardano aspetti legati all'economia e ai rischi. “È colpa di Borriello se ci troviamo in questa situazione”, urla qualcuno. “Non è vero. È colpa dei suoi predecessori e dei cittadini di Torre del Greco”, sostiene qualcun altro. Fatto sta che più si va avanti e più la strada si stringe: gli spazi di manovra diminuiscono ogni giorno di più. Serve un'azione concreta. Una manifestazione eclatante. Inaspettata.
Martedì 22 febbraio 2011 di Arnaldo M.Iodice - lapilli.eu
“La protesta è inevitabile – dicono i membri del comitato –: ci sentiamo presi in giro da tutti. Anche dal nostro sindaco, il quale dovrebbe essere il primo a lottare con noi, e invece ogni volta che lo contattiamo cerca di rimandare il confronto”. Fatto, questo, che non è mai andato giù al comitato. Perchè da Napoli giungono notizie strane: pare che la volontà tecnica di cambiare qualcosa nel Piano Ospedaliero Regionale ci sia stata. Ma sarebbe mancata la volontà politica locale. Come testimonierebbe l'ultimo Burc della Regione Campania: al comitato è giunta notizia che modifiche al piano Zuccatelli ce ne siano. Ma che nessuna riguardi il Maresca. Questo perchè le uniche correzioni fatte riguardano aspetti legati all'economia e ai rischi. “È colpa di Borriello se ci troviamo in questa situazione”, urla qualcuno. “Non è vero. È colpa dei suoi predecessori e dei cittadini di Torre del Greco”, sostiene qualcun altro. Fatto sta che più si va avanti e più la strada si stringe: gli spazi di manovra diminuiscono ogni giorno di più. Serve un'azione concreta. Una manifestazione eclatante. Inaspettata.
Martedì 22 febbraio 2011 di Arnaldo M.Iodice - lapilli.eu
lunedì 21 febbraio 2011
Benghazi libera! L'inizio della fine di Gheddafi?
“Domani mattina avremo un'altra bandiera! Benghazi è libera!” Arrivano parole di giubilo dalla Libia. Ed è la prima volta dopo quattro giorni di massacri nelle piazze del paese. A parlare è un amico libico d'oltremare, Kamal. In questo momento è a Benghazi e mi ha appena dato la buona notizia al telefono. Il regime di Gheddafi si avvia verso la fine seppure con altissimo rischio di guerra civile. Dopo l'ennesimo bagno di sangue infatti, il popolo oggi ha avuto la meglio sulle milizie del regime e ha liberato la città di Benghazi, la capitale della Cirenaica, regione da sempre ostile alla dittatura del Colonnello. I reparti dell'esercito si sono uniti al popolo, mentre miliziani e fedeli del regime si trovano attualmente trincerati nell'aeroporto della città, circondati dai giovani rivoluzionari pronti a sferrare l'attacco finale con le armi che il popolo ha requisito all'esercito dopo aver fatto irruzione oggi pomeriggio nei campi militari. Intanto, incoraggiati dalla vittoria del popolo a Benghazi, sono scoppiati focolai di rivolte in tutto il paese, da Zawiyah a Tripoli, dove migliaia di persone sono scese in piazza pronte a marciare sul palazzo di Gheddafi, che secondo voci non ancora confermate sarebbe scappato in Venezuela.
E dire che fino a ieri non ci credeva nessuno. Lo stesso Kamal stamattina aveva telefonato in lacrime a un amico tunisino di Ginevra che in questo momento si trova a Lampedusa, raccontando disperato i dettagli del massacro compiuto dalle milizie di Gheddafi. “Ci sono stati due movimenti paralleli – ci ha spiegato al telefono - . Da un lato il movimento pacifista e non armato, condotto dagli avvocati e dai giudici, con una grande manifestazione davanti al tribunale di Benghazi. E dall'altro vari gruppi di giovani che non credevano in una protesta pacifica contro la brutalità del regime e che hanno affrontato la polizia e le milizie armati soltanto di pietre e bastoni. È stato un combattimento terribile! Un nano contro una montagna. Le milizie di Gheddafi erano armate fino ai denti, sparavano con le mitragliatrici della contraerea sulla gente! Ma la gente non aveva paura, era come se avessero tutti sete di morire per la libertà. Non so quanti siano i morti ma credo che soltanto nelle ultime ore siano almeno un centinaio. Personalmente ho appena lasciato l'ospedale militare dove ho contato una ventina di morti, un'altra cinquantina sono caduti presso l'ultima base militare conquistata dal popolo. Più tutti quelli morti intorno alla città". Le cifre più attendibili, diffuse da Aljazeera parlano di almeno 285 vittime dall'inizio dei combattimenti, ma ormai a Benghazi sembra essere sorta l'alba di un nuovo corso.
"Ormai la città è libera! Non c'è più nessuna caserma in mano al regime. E l'esercito di Benghazi si è unito alla popolazione dalle cinque di oggi pomeriggio. È successo che a un certo punto ci hanno aperto le caserme e ci hanno fatto prendere le armi, poi si sono uniti a noi. Non è l'esercito che ha fatto cadere il regime, è la popolazione!”
Ma accanto alle ragioni per festeggiare, ci sono ancora mille buoni motivi per essere preoccupati. Il primo è la tensione che continua a salire intorno all'aeroporto di Benghazi per la battaglia finale. Dentro lo scalo aereo si trovano le milizie di Gheddafi, e fuori i giovani ormai armati fino ai denti. “Stanno andando tutti all'aeroporto. Durerà a lungo. C'è un negoziato in corso, ma ormai lo scontro è inevitabile e ho paura che ci saranno molti morti. Ma ormai è finita. Ti dico che al massimo domani mattina sarà finita. Non ho dubbi!”.
A calmare gli animi non è servito nemmeno il discorso fatto in televisione dal figlio di Gheddafi, Saif al Islam, nonostante la stima che molti libici hanno per lui, preferendolo di gran lunga al padre despota. Anche perché nel suo discorso non ha fatto che cavalcare le tesi cospirazioniste, accusando oltretutto i giovani di voler soltanto imitare la Tunisia e l'Egitto, di essere drogati e sbandati e di portare il paese sull'orlo della guerra civile. Su questo ultimo punto però qualche ragione ce l'ha. Perché il popolo per la prima volta è armato e se Gheddafi non se ne va quanto prima, la situazione rischia davvero di finire fuori controllo. Nessuno può infatti garantire che il bagno di sangue dei giorni scorsi, adesso non sarà vendicato. Lo ammette lo stesso Kamal: “Il problema è che quando le armi sono nelle mani della popolazione è sempre delicato. La rivoluzione è stata fatta dai giovani, ma i giovani adesso hanno le armi e girano con i carri armati. Non so se si sapranno regolare, non sono dei militari, voglio dire ho paura che ci saranno dei regolamenti di conti, è sicuro, contro i sostenitori di Gheddafi e i membri del governo attuale!”
Ma anche contro i tanti stranieri africani. Su internet girano già i video dei cadaveri dei miliziani africani linciati dalla folla dei manifestanti. Sì perché Gheddafi si è appoggiato a questa speciale legione straniera fatta perlopiù di mercenari africani, inviati a Benghazi a massacrare i manifestanti. Nessuno può dire se adesso seguirà un'ondata di violenza contro le numerose comunità afro in Libia. Ancora è prematuro per dirlo. Potrebbe non accadere niente. Ma potrebbe anche accadere il contrario. E allora Lampedusa si prepari davvero a gestire quella che potrebbe essere un'emergenza umanitaria.
Prima che cada la linea, Kamal ci tiene a mandare un messaggio agli italiani. E stavolta il tono è semplicemente di rabbia. “Ora speriamo che il prossimo a cadere sia Berlusconi! Ha sostenuto questo bastardo di dittatore, e lo stesso ha fatto Sarkozy e tutta l'Unione europea. E mai una parola per la popolazione libica, mentre ci sparavano addosso! Ci hanno massacrato! Gente disarmata, ci hanno schiacciato come delle mosche! Ci avete lasciato morire!”
Come dargli torto? Dopo la Tunisia e l'Egitto, con la Libia per la terza volta in due mesi, l'Italia ha perso l'occasione per esprimere il proprio sostegno alle popolazioni della riva sud del Mediterraneo, che stanno pagando centinaia di martiri per la conquista della libertà e della democrazia e per mettere fine una volta per tutte alle dittature sostenute da decenni dai nostri governi. Con una trasversalità straordinaria. Ne sanno qualcosa i D'Alema e i Dini, gli Amato e i Prodi, che come i Berlusconi e i Pisanu, i Maroni e i Frattini, da dieci anni a questa parte si sono prodigati per strappare a Tripoli la firma dell'accordo sui respingimenti in Libia in cambio di pressioni per la fine dell'embargo e di commesse d'oro. Lo sanno bene all'Unicredit, a Finmeccanica, e all'Eni? Solo per fare i nomi di pochi.
Da questa cricca di affaristi e da questa classe dirigente c'è poco da aspettarsi, se non appelli alla stabilità per continuare a pompare petrolio dalla Libia alle raffinerie di Gela e per continuare a rinchiudere nelle galere libiche tutti i respinti. Sta forse a noi costruire reti di solidarietà per un Mediterraneo di pace. Dopo la Tunisia e l'Egitto, sosteniamo anche la rivoluzione in Libia. Qui trovate una pagina facebook con tutte le notizie e i video delle proteste. Perché è questa la Libia del futuro. Non la Libia dei respingimenti e delle torture in carcere, ma quella dei giovani che come in Egitto e in Tunisia, martire dopo martire, sfidano il potere di ottuagenari dittatori, nel nome della libertà.
20 febbraio 2011 - da Fortress Europe
E dire che fino a ieri non ci credeva nessuno. Lo stesso Kamal stamattina aveva telefonato in lacrime a un amico tunisino di Ginevra che in questo momento si trova a Lampedusa, raccontando disperato i dettagli del massacro compiuto dalle milizie di Gheddafi. “Ci sono stati due movimenti paralleli – ci ha spiegato al telefono - . Da un lato il movimento pacifista e non armato, condotto dagli avvocati e dai giudici, con una grande manifestazione davanti al tribunale di Benghazi. E dall'altro vari gruppi di giovani che non credevano in una protesta pacifica contro la brutalità del regime e che hanno affrontato la polizia e le milizie armati soltanto di pietre e bastoni. È stato un combattimento terribile! Un nano contro una montagna. Le milizie di Gheddafi erano armate fino ai denti, sparavano con le mitragliatrici della contraerea sulla gente! Ma la gente non aveva paura, era come se avessero tutti sete di morire per la libertà. Non so quanti siano i morti ma credo che soltanto nelle ultime ore siano almeno un centinaio. Personalmente ho appena lasciato l'ospedale militare dove ho contato una ventina di morti, un'altra cinquantina sono caduti presso l'ultima base militare conquistata dal popolo. Più tutti quelli morti intorno alla città". Le cifre più attendibili, diffuse da Aljazeera parlano di almeno 285 vittime dall'inizio dei combattimenti, ma ormai a Benghazi sembra essere sorta l'alba di un nuovo corso.
"Ormai la città è libera! Non c'è più nessuna caserma in mano al regime. E l'esercito di Benghazi si è unito alla popolazione dalle cinque di oggi pomeriggio. È successo che a un certo punto ci hanno aperto le caserme e ci hanno fatto prendere le armi, poi si sono uniti a noi. Non è l'esercito che ha fatto cadere il regime, è la popolazione!”
Ma accanto alle ragioni per festeggiare, ci sono ancora mille buoni motivi per essere preoccupati. Il primo è la tensione che continua a salire intorno all'aeroporto di Benghazi per la battaglia finale. Dentro lo scalo aereo si trovano le milizie di Gheddafi, e fuori i giovani ormai armati fino ai denti. “Stanno andando tutti all'aeroporto. Durerà a lungo. C'è un negoziato in corso, ma ormai lo scontro è inevitabile e ho paura che ci saranno molti morti. Ma ormai è finita. Ti dico che al massimo domani mattina sarà finita. Non ho dubbi!”.
A calmare gli animi non è servito nemmeno il discorso fatto in televisione dal figlio di Gheddafi, Saif al Islam, nonostante la stima che molti libici hanno per lui, preferendolo di gran lunga al padre despota. Anche perché nel suo discorso non ha fatto che cavalcare le tesi cospirazioniste, accusando oltretutto i giovani di voler soltanto imitare la Tunisia e l'Egitto, di essere drogati e sbandati e di portare il paese sull'orlo della guerra civile. Su questo ultimo punto però qualche ragione ce l'ha. Perché il popolo per la prima volta è armato e se Gheddafi non se ne va quanto prima, la situazione rischia davvero di finire fuori controllo. Nessuno può infatti garantire che il bagno di sangue dei giorni scorsi, adesso non sarà vendicato. Lo ammette lo stesso Kamal: “Il problema è che quando le armi sono nelle mani della popolazione è sempre delicato. La rivoluzione è stata fatta dai giovani, ma i giovani adesso hanno le armi e girano con i carri armati. Non so se si sapranno regolare, non sono dei militari, voglio dire ho paura che ci saranno dei regolamenti di conti, è sicuro, contro i sostenitori di Gheddafi e i membri del governo attuale!”
Ma anche contro i tanti stranieri africani. Su internet girano già i video dei cadaveri dei miliziani africani linciati dalla folla dei manifestanti. Sì perché Gheddafi si è appoggiato a questa speciale legione straniera fatta perlopiù di mercenari africani, inviati a Benghazi a massacrare i manifestanti. Nessuno può dire se adesso seguirà un'ondata di violenza contro le numerose comunità afro in Libia. Ancora è prematuro per dirlo. Potrebbe non accadere niente. Ma potrebbe anche accadere il contrario. E allora Lampedusa si prepari davvero a gestire quella che potrebbe essere un'emergenza umanitaria.
Prima che cada la linea, Kamal ci tiene a mandare un messaggio agli italiani. E stavolta il tono è semplicemente di rabbia. “Ora speriamo che il prossimo a cadere sia Berlusconi! Ha sostenuto questo bastardo di dittatore, e lo stesso ha fatto Sarkozy e tutta l'Unione europea. E mai una parola per la popolazione libica, mentre ci sparavano addosso! Ci hanno massacrato! Gente disarmata, ci hanno schiacciato come delle mosche! Ci avete lasciato morire!”
Come dargli torto? Dopo la Tunisia e l'Egitto, con la Libia per la terza volta in due mesi, l'Italia ha perso l'occasione per esprimere il proprio sostegno alle popolazioni della riva sud del Mediterraneo, che stanno pagando centinaia di martiri per la conquista della libertà e della democrazia e per mettere fine una volta per tutte alle dittature sostenute da decenni dai nostri governi. Con una trasversalità straordinaria. Ne sanno qualcosa i D'Alema e i Dini, gli Amato e i Prodi, che come i Berlusconi e i Pisanu, i Maroni e i Frattini, da dieci anni a questa parte si sono prodigati per strappare a Tripoli la firma dell'accordo sui respingimenti in Libia in cambio di pressioni per la fine dell'embargo e di commesse d'oro. Lo sanno bene all'Unicredit, a Finmeccanica, e all'Eni? Solo per fare i nomi di pochi.
Da questa cricca di affaristi e da questa classe dirigente c'è poco da aspettarsi, se non appelli alla stabilità per continuare a pompare petrolio dalla Libia alle raffinerie di Gela e per continuare a rinchiudere nelle galere libiche tutti i respinti. Sta forse a noi costruire reti di solidarietà per un Mediterraneo di pace. Dopo la Tunisia e l'Egitto, sosteniamo anche la rivoluzione in Libia. Qui trovate una pagina facebook con tutte le notizie e i video delle proteste. Perché è questa la Libia del futuro. Non la Libia dei respingimenti e delle torture in carcere, ma quella dei giovani che come in Egitto e in Tunisia, martire dopo martire, sfidano il potere di ottuagenari dittatori, nel nome della libertà.
20 febbraio 2011 - da Fortress Europe
martedì 15 febbraio 2011
Ospedale Maresca, giornata di tensione a Napoli
da lo strillone - Martedi 15 Febbraio 2011
La richiesta di salvare l´ospedale Maresca di Torre del Greco (Napoli) è arrivata a Napoli, in una giornata di tensioni e blocchi del traffico. Quindici pullman partiti questa mattina dal parcheggio Nassiriya di via Marconi e transitati anche nelle vicine Ercolano, Portici e San Giorgio a Cremano, hanno condotto circa 500 persone nel capoluogo campano, persone che dalle 11 - dopo un breve corteo passato per via Acton e che ha creato diverse ripercussioni sulla viabilità - hanno manifestato all´esterno della sede della Regione Campania in via Santa Lucia. Fischietti, cartelli e striscioni, i manifestanti hanno chiesto con insistenza un incontro urgente con il governatore, Stefano Caldoro. Molto coloriti alcuni cartellini, come particolare è risultata l´idea di portare tante croci con i nomi dei presunti "colpevoli" del declassamento del nosocomio torrese, nomi seguita dalla scritta "ci hai messo in croce". Il mancato accoglimento dell´istanza dei dimostranti ha portato, poco dopo mezzogiorno, ad una nuova protesta dei cittadini dell´area vesuviana, che hanno deciso di occupare il lungomare di Napoli. Una protesta durata quasi un´ora con il traffico paralizzato nella zona e lungo le arterie limitrofe. La calma è tornata solo quando è stata data notizia che i rappresentanti della Regione avrebbero incontrato una delegazione dei cittadini aderenti al comitato ´Pro Maresca´. A dare l´annuncio è stato Gennaro Torrese, presidente dell´ordine degli avvocati di Torre Annunziata e portavoce del comitato. Solo dopo le 13 i manifestanti hanno lasciato il lungomare per ritornare a protestare all´esterno della Regione. Nel pomeriggio l´incontro con il subcommissario alla Sanità campana, Giuseppe Zuccatelli: "Un colloquio nel quale abbiamo evidenziato le nostre perplessità - afferma Torrese - visto che l´incarico di Zuccatelli si esaurirà ufficialmente il prossimo 20 febbraio. Ciò nonostante, riteniamo prezioso l´apporto dato dal subcommissario, che innanzitutto ha ascoltato le nostre perplessità circa la chiusura del Maresca, ospedale che insiste in un territorio che conta oltre 300mila abitanti. E da Zuccatelli, ed è la prima volta che ascoltiamo una cosa del genere, è venuta la piena solidarietà ai manifestanti e la condivisione delle nostre esigenze". E´ stato lo stesso Zuccatelli a farsi promotore di un sollecito verso il presidente della Regione, Stefano Caldoro "affinché - sottolinea ancora il portavoce del comitato Pro Maresca - incontri al più presto una delegazione dei manifestanti. Persone che, va sottolineato, da quattro mesi occupano in segno di protesta il quarto piano del Maresca. Insomma, gente motivata a fare valere le proprie ragioni in ogni sede. Siamo disposti ad aspettare 48 ore, tempo entro il quale attendiamo aggiornamenti da parte dell´ente di Santa Lucia. Scaduto questo limite, siamo pronti a nuove forma di protesta contro il costante depotenziamento e il rischio di una chiusura definitiva del nosocomio di Torre del Greco".
lunedì 14 febbraio 2011
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