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mercoledì 14 dicembre 2011

Via la monnezza dal Parco del Vesuvio

Sabato 17 Dicembre ore 17

Manifestazione pubblica per la chiusura immediata di cava SARI

Boscoreale - da Piazza Pace alla Rotonda di via Panoramica

Comitati, Amministrazioni, Cittadini, Studenti, Imprenditori per ristabilire la legalità e contrastare l'illecito sversamento di rifiuti in cava Sari esaurita

Via la monnezza dal Parco nazionale del Vesuvio

venerdì 23 settembre 2011

23 settembre 2011 - Passeggiata serale "Il Vesuvio sotto le stelle"

Venerdì 23 settembre 2011 l'Associazione Torre Vesuvio Pro Natura, nell'ambito delle attività del progetto "Natura Viva", organizzerà una passeggiata serale nella pineta vesuviana.

L'appuntamento è alle ore 18:00 in via Cappella degli Orefici, fuori la Parrocchia del Santissimo Crocifisso; da lì, parcheggiate eventualmente alcune auto, il gruppo si dirigerà in Via Pisani, da dove si potrà apprezzare il tramonto e successivamente incamminarsi su un sentiero della pineta.

La passeggiata, finalizzata alla conoscenza del Parco Nazionale del Vesuvio, terminerà alle ore 22.00; durante la passeggiata si potranno ascoltare i versi di alcuni animali notturni e forse avvistarne alcuni.

Si consiglia di: utilizzare un abbigliamento scuro e a strati (a cipolla, fatto di indumenti più leggeri e più pesanti da indossare o togliere a seconda della temperatura), considerando anche che potrebbe fare freddo; utilizzare scarpe da trekking o comunque comode (eventualmente da ginnastica); portare uno zainetto contenente torce elettriche (se in possesso), almeno mezzo litro d'acqua a persona, un maglione ed un impermeabile.

Ogni partecipante potrà preparare e portare qualche cibaria da condividere con gli altri alla fine dell'evento.

Per qualsiasi informazione contattare il presidente Paolo Belfiore al cellulare 3381736878.

dal blog di Natura Viva

giovedì 15 settembre 2011

Liquore al finocchietto

Naturalmente, finocchietto selvatico del Vesuvio doc!!!!
Dunque, l'anno scorso più o meno usai questa "ricetta":
1/2 lt di alcool puro;
una manciata di semi di finocchietto selvatico del Vesuvio doc;
una manciata di foglie di finocchietto selvatico del Vesuvio doc;
1/2 lt di acqua;
350/400 gr di zucchero di canna Picaflor di Altromercato.

Ho schiacciato i semi di finocchietto con un mattarello e li ho riposti nel fondo di un barattolo di vetro. Naturalmente non credo ci sia una quantità minima o massima: più gustoso lo vuoi, più finocchietto ci devi mettere. Diciamo che io mi sono regolato ad occhio (e a profumo). Schiacciando i semini, questi "scaricano" più sapore nell'alcool. Quindi ho versato l'alcool nel contenitore, l'ho chiuso ermeticamente, e l'ho lasciato al buio della credenza per un paio di settimane. Dopo di che, ho fatto uno sciroppo facendo bollire acqua e sciogliendoci dentro lo zucchero. L'ho fatto raffreddare e l'ho versato nell'alcool. Nel versare lo sciroppo, si può filtrarlo con un panno di cotone, in modo da non far formare grumi di zucchero. Un altro filtraggio lo si può fare quando si versa il liquore nelle bottiglie. Più filtraggi si fanno, più il colore e la trasparenza migliorano. Ma non privilegiando l'estetica, personalmente lo filtro solo una volta. Mettete il liquore nel frigo o nel freezer, e gustatelo dopo pranzo o dopo cena. Ottimo per digerire!

martedì 13 settembre 2011

SOTTO LA CENERE DEL SOMMA

Continuiamo a trattare l’argomento degli incendi boschivi, già accantonato come l’ultimo dei fenomeni stagionali, con la speranza che fumo e fiamme non diventino routine anche a monte di Partenope.
Il 2011 è stato dichiarato anno internazionale delle foreste e manco a farlo apposta, proprio in quest’occasione, i preziosi boschi del Somma vanno a farsi letteralmente friggere e come ormai non accadeva da anni.
L’accerchiamento del fuoco è iniziato, come d’abitudine in quel di Torre del Greco, che chissà per quale strano caso del destino, è uno dei pochi comuni che prevede un indennizzo per i “volontari” che intervengono nell’opera di spegnimento. Le fiamme poi hanno, via-via, toccato Ercolano, Somma, Terzigno e lambito i comuni di Pollena e San Sebastiano. Qual è stato il risultato? La progressiva distruzione del prezioso habitat vesuviano; castagni, lecci, pini, ma in alcuni casi anche alberi da frutta e vigneti, quelli che hanno reso famosa la zona. Il caso più eclatante è stato quello che per quattro giorni ha visto bruciare i boschi lungo il sentiero cosiddetto della Castelluccia e che ha colpito duramente anche il prezioso bosco del Molaro, di proprietà dell’Ente Parco.
Siamo saliti, una settimana dopo l’evento, per renderci conto della situazione e abbiamo notato che l’andamento dell’incendio, pur allargandosi in più punti e proveniente dal versante dell’alveo Molaro, a settentrione della Caldera, segue stranamente il percorso del sentiero della Castelluccia, che come abbiamo già in passato accennato era un utile passaggio per raggiungere il Somma. Chi pensa al male fa peccato, diceva qualcuno ma è anche risaputo che spesso c’azzecca. E lungi dall’essere presuntuosi, riteniamo, in assenza dei dati definitivi delle indagini del Corpo Forestale dello Stato, che l’idea che qualcuno abbia appiccato l’incendio o l’abbia, per così dire, alimentato a suo piacimento, non sia del tutto peregrina.
Sta di fatto che, il sentiero, fino a quel momento impraticabile, è adesso in buona parte percorribile. Purtroppo per loro (si fa per dire!), le fiamme hanno risparmiato sterpi, rovi e cannucce che ostruiscono ancora la sua parte più alta, quindi stiamo ancora attenti, perché non si può mai sapere! Inoltre tutte le palizzate che fungevano da parapetto sul punto più alto e panoramico del sentiero, così come le altre opere di contenimento dei vari dislivelli sono andate carbonizzate, con grave pericolo per la stabilità dei costoni.
Tutto ciò non ostacolerà però, anzi agevolerà, chi come d’abitudine percorre quei luoghi a cavallo, va per funghi, va a caccia di frodo o cattura cardellini, lucrando spesso su tali attività e tutti coloro che vedono ancora la campagna circostante come luogo di discarica e feudo personale.

di Ciro Teodonno - da ilmediano.it

martedì 5 aprile 2011

Nasce “cittadini per il Parco”. Movimento per lo sviluppo sostenibile dell’area vesuviana.

Più di 30 associazioni, privati cittadini, imprenditori agricoli, albergatori, ristoratori, operatori turistici, architetti, professionisti, insegnanti, medici e ambientalisti, militanti di partito: si è costituito oggi ad Ercolano nei locali della scuola Rodinò il movimento “cittadini per il Parco”.
Dopo una serie di riunioni “di zona” nei comuni dell’area Parco, ha preso forma oggi il movimento per la rinascita sociale, economica ed ecologica dei territori compresi nel perimetro del Parco Nazionale del Vesuvio. Un unico obiettivo da declinare su molteplici piani di lavoro: abbandonare definitivamente un modello di sviluppo, imperante dagli anni 70, basato su cave, discariche, abusivismo edilizio e forme di turismo aggressive dell’ambiente e offensive del paesaggio, per abbracciare un nuovo modello, una nuova prospettiva fondata sulla tutela dell’ambiente e sulla valorizzazione dell’area naturalistica, sul recupero di una dimensione produttiva dell’agricoltura, sulla riqualificazione e valorizzazione del patrimonio architettonico e culturale, su tutte le forme di turismo sostenibile possibili, e sulla riconversione ecologica di tutte le altre attività produttive a cominciare dall’edilizia.
L’ente Parco visto come il luogo istituzionale, lo strumento operativo da potenziare affinché possa svolgere appieno la sua funzione di motore e cabina di regia politico – istituzionale dello sviluppo: per creare centinaia di nuovi posti di lavoro migliorando al contempo la qualità della vita dei residenti. Il movimento si presenterà presto alla cittadinanza con iniziative pubbliche di sensibilizzazione e mobilitazione su questi temi e sposa, dalla sua nascita, la battaglia della Rete dei comitati vesuviani per la chiusura di Cava Sari, il potenziamento della raccolta differenziata e la realizzazione di uno o più impianti di compostaggio nelle aree contigue al Parco.
Per saperne di più cerca "Cittadini per il parco su facebook.

giovedì 10 marzo 2011

Cittadini per il parco

In collaborazione con la Fondazione Cuciniello, presso la loro sede, mercoledì 16 ore 18,30 in corso Italia 125 Ercolano, riunione di zona del movimento "cittadini per il Parco" per i comuni di Torre del Greco, Ercolano, Portici e San Giorgio a Cremano.

La nascita del Parco Nazionale del Vesuvio, 15 anni or sono, avvenne quasi in sordina. Le singole amministrazioni comunali aderirono quasi per inerzia, una volta appurato che, almeno nell’immediato, l’adesione al Parco non comportasse ulteriori restrizioni in ambito edilizio, rispetto alla normativa preesistente. Una generica e velleitaria, in quanto generica, propensione a “sviluppare il turismo” fornì una motivazione plausibile e gli amministratori decisero di aderire al Parco senza porsi troppe domande, ma anche con poche idee e confuse.
La popolazione, a parte qualche gruppo di interesse, rimase sostanzialmente estranea a questo dibattito. Gli ambientalisti salutarono con entusiasmo la nascita del nuovo ente; altri temevano che l’istituzione del Parco potesse comportare nuovi vincoli “al fare”. Vincoli a costruire soprattutto. Già, perché il mattone, ovvero l’abusivismo edilizio, insieme ai ristoranti da cerimonia, alle cave e alle discariche abusive, hanno costituito per decenni “il modello di sviluppo” dominante nell’area “a monte” dei centri urbani.
In quel momento storico, quel modello di sviluppo era senso comune, pratica condivisa, cultura dominante. E oggi? Oggi le ultime cave sono state dismesse; l’antica “vocazione” alle discariche ha trovato il suggello nelle discariche di Stato; i novelli sposi sono alla ricerca di “location” meno maleodoranti e più suggestive per il loro giorno più bello; l’agricoltura, che già quindici anni fa era stremata e cedeva superficie alla speculazione edilizia, è ridotta a testimonianza; in compenso l’abusivismo edilizio dà segni di ripresa.
Tuttavia possiamo affermare che il “modello di sviluppo vesuviano” è sostanzialmente andato in crisi. Il territorio è stato consumato e ha perso “appeal”. Ma la nascita del Parco non doveva favorire un modello di sviluppo alternativo? Cosa ne é stato delle legittime speranze per un “altro” Vesuvio? La vicenda delle discariche di Stato è solo l’ultimo colpo ad un progetto già in
agonia. Il Parco non è mai decollato. E, in effetti, che cosa avrebbe potuto essere e non è stato? Quale futuro era, forse è ancora, lecito aspettarsi? Un modello di sviluppo “alternativo” potrebbe nascere in realtà dalla valorizzazione di due antichissime vocazioni dell’area, precedenti all’ “era del mattone”, quella agricola e quella turistica.
Una antica civiltà contadina, ricca di saperi e di prodotti, alcuni dei quali dalla fama leggendaria, è stata progressivamente spazzata via dalla pressione demografica proveniente “dal basso” e dalla speculazione edilizia. L’agricoltura vesuviana era debole strutturalmente. Maggiori costi di produzione, basse rese, stessi prezzi al mercato rispetto ai prodotti provenienti dai territori limitrofi. Andava valorizzata per tempo la straordinaria qualità organolettica dei suoi prodotti. Non è stato fatto. La viticoltura perde ogni anno superfici vitate. La grande coltura e cultura dell’albicocco è ormai relegata in pochi comuni del monte Somma. Oggi l’agricoltura vesuviana, sempre più accerchiata dal cemento, mortificata e screditata dalla cosiddetta “crisi dei rifiuti”, appare incapace di proporsi come il fulcro di un rilancio anche turistico del territorio. Ciononostante e incredibilmente, con il “pomodorino del piennolo del Vesuvio”, l’Italia ha ottenuto recentemente una nuova DOP.
Il turismo è una vocazione antichissima. L’ascesa al Vesuvio era un classico del Grand Tour ottocentesco. Ogni anno circa 500.000 persone visitano il cratere del Vesuvio, ma intorno al Gran Cono non siamo stati capaci di costruire dei percorsi turistici che valorizzassero le risorse del territorio e una rete di servizi a supporto.
L’unica “economia turistica” che si è stati in grado di produrre è stata quella dei “ristoranti sul Vesuvio”. Una economia importante, in termini di fatturato e per numero di addetti, quella dei ristoranti da cerimonia; peccato che spesso, quasi sempre, si sia trattato di nuove costruzioni, tutte rigorosamente abusive, esteticamente oscene, che offendono il paesaggio e fanno terra bruciata intorno a sé. Una ristorazione senza nessun legame con il territorio, che non fosse quello, talvolta, di una “veduta panoramica”, tra un parcheggio e un “Luna Park” per intrattenere i bambini, che oggi paga il conto di un uso dissennato e vorace del territorio. Un modello di turismo perfettamente compatibile quindi con l’edilizia abusiva privata e con il business delle discariche illegali di rifiuti più o meno pericolosi. Il territorio come bene da consumare. Il Vesuvio come bene turistico “mordi e fuggi”.
Poche le strutture alberghiere, per lo più connesse alla attività del turismo da cerimonia, destinate ad una clientela locale di coppiette o amanti in fuga dai rispettivi tetti coniugali.
I nodi da sciogliere per costruire un modello di sviluppo alternativo passano ancora per la risposta a queste domande (quale turismo?), per la risoluzione di antiche questioni.
Recupero di una dimensione produttiva per l’agricoltura. Sviluppo di un turismo sostenibile. Tutela e valorizzazione turistica dei siti di interesse naturalistico.
Sono questi i capisaldi intorno ai quali costruire una economia sostenibile capace di creare centinaia di nuovi posti di lavoro, migliorando al contempo le condizioni di vita degli stessi residenti.
Occorrono investimenti pubblici significativi, opere pubbliche per il riassetto idrogeologico e il ripristino della viabilità rurale, sinergie e concertazione con i privati che vogliano investire correttamente, garantire una manutenzione costante della sentieristica del Parco, politiche mirate di sostegno alle attività agricole, azioni efficaci e professionali di marketing territoriale; occorre che insieme al progetto, alle volontà e agli investimenti, si verifichino alcune pre-condizioni: un fermo stop all’abusivismo edilizio, che ha rialzato la testa; una bonifica a tappeto delle discariche vecchie e nuove; un sistema efficace di monitoraggio del territorio e di vigilanza delle aree protette.
L’ultima condizione, ma essenziale, affinché queste ipotesi di sviluppo possano essere seriamente perseguite, è, non solo, come è ovvio, che esse vengano condivise dai decisori politici, ma anche che le politiche atte a realizzarle siano coordinate e programmate da una regia politica e istituzionale unitaria. E veniamo quindi al ruolo dell’Ente Parco.
Quali sono i poteri dell’Ente Parco? In che modo e misura i comuni partecipano alla definizione delle politiche dell’ente? Può essere l’Ente Parco l’organismo politicoistituzionale in grado di svolgere questo ruolo di “regia”? Procedere verso la costituzione di “Unioni comunali” all’interno dell’area Parco, come previsto dal decreto legge 18 agosto 2000 n.267, può favorire l’adozione di politiche di sviluppo territoriale più efficaci?
I poteri del Parco sono più limitati di quanto non si creda. Solo oggi, a distanza di quindici anni, con l’approvazione avvenuta in consiglio regionale del Piano urbanistico del Parco, esiste uno strumento urbanistico a cui i piani regolatori dei comuni devono conformarsi. Ma manca ancora il regolamento attuativo, senza il quale anche i compiti e i poteri di tutela dell’ente, restano indeterminati. Alle dipendenze funzionali del Parco c’è una unità del corpo forestale, il CTA, che conta circa 50 addetti. Non tantissimi quindi. Porzioni importanti del territorio, come la riserva Alto Tirone della Guardia sono invece “demanio” e sotto la giurisdizione del corpo forestale. Solo da qualche anno l’area del Gran Cono e anche i proventi che si ricavano dalle visite (per la maggior parte redistribuiti alle guide), sono stati trasferiti nella diretta responsabilità giuridica dell’ente. Tra gli organismi di governo dell’ente c’è “la comunità del Parco”, un organo consultivo, che tuttavia nomina 5 membri su 12 nel Consiglio direttivo, in cui siedono i rappresentanti di tutti i comuni che fanno parte del Parco e che approva il piano pluriennale economico e sociale.
Ma aldilà di ogni valutazione su quanto “pesino” i comuni all’interno degli organismi dirigenti del Parco e di quanto potere decisionale sia invece investita la figura del Presidente, di nomina ministeriale, e del consiglio direttivo, quello che qui si vuole sottolineare, è che i comuni non hanno mai ritenuto che il Parco potesse essere la loro “casa comune”, il luogo istituzionale in cui progettare, pianificare e programmare lo sviluppo dei rispettivi territori, in una visione unitaria. E’ mancata e manca tuttora negli amministratori la consapevolezza della interdipendenza che lega i destini degli uni agli altri. D’altra parte lo stesso Ente Parco avrebbe dovuto qualificarsi in questi anni come “agenzia di sviluppo”; come un “think tank” al servizio di una missione comune. Per far questo avrebbe dovuto dotarsi di professionalità di altissimo profilo in molti campi del sapere scientifico ed economico, così da porsi come interlocutore autorevole rispetto agli enti locali. Anche questo non è avvenuto. Il Parco quindi è stato vissuto dai comuni come una fonte di finanziamento occasionale, beneficiaria di finanziamenti pubblici ed europei legati a singole
progettualità, ce sono stati, di volta in volta, sistematicamente spartiti tra gli enti locali tenendo conto delle rispettive “grandezze” e non utilizzati secondo logiche e progettualità che facessero prevalere un disegno strategico sugli interessi particolari. Così come gli amministratori locali non hanno saputo o voluto vedere nell’ Ente Parco il possibile fulcro intorno al quale coordinare le politiche di sviluppo territoriale, parimenti non si è sviluppato nei nostri comuni alcun dibattito significativo sulle opportunità offerte dalla legislazione di procedere ad una integrazione, anche solo parziale, di compiti e funzioni di enti locali contigui, le cosiddette Unioni Comunali.
E’ di tutta evidenza come, all’interno dell’area Parco e anche al di fuori di essa, vi siano tutte le condizioni, e la convenienza, a procedere speditamente verso queste forme di integrazione. I campanilismi o la strenua difesa del proprio orticello elettorale, mal si conciliano con la necessità di affrontare e risolvere problemi che potrebbero essere più efficacemente affrontati e risolti se posti su una scala territoriale più ampia. All’interno dell’area Parco potrebbe nascere più di una “Unione”; questa integrazione favorirebbe a sua volta la composizione degli interessi collettivi all’interno dell’Ente Parco e finalmente la programmazione di interventi strategici nell’ottica di un approccio sistemico allo sviluppo dell’area.
Naturalmente, non si può immaginare di imprimere una inversione di tendenza a “monte”, se tutto resta come prima “a valle”, né si possono immaginare “muri divisori” che separino il Parco dalle aree più urbanizzate. Già alcuni comuni del Parco, tra i più estesi territorialmente, vivono la condizione schizofrenica di avere parte del proprio territorio nel Parco e parte al di fuori di esso. Sono le cosiddette “aree contigue”. Esse sono costituite dai centri urbani di città grandi come Ercolano e Torre del Greco, ovvero dalle aree urbanizzate dei comuni del monte Somma. Vi sono poi i centri urbani di comuni come Portici, San Giorgio, Cercola, Torre Annunziata, che pur non facendo parte del Parco, esercitano una indubbia “pressione” sulle aree a monte.
Noi crediamo che un disegno efficace di sviluppo per l’area Parco difficilmente possa immaginarsi prescindendo dal decongestionamento e da una credibile ipotesi di riconversione economica e produttiva della cinta urbana “a valle”. Occorre quindi, pur nella specificità delle singole realtà territoriali e dei rispettivi tessuti produttivi, ricercare delle linee di continuità tra lo sviluppo dei centri urbani e lo sviluppo dell’area Parco.
Certamente il turismo e il rilancio dell’artigianato costituiscono il naturale “trait d’union” tra la costa del Vesuvio e l’area a “monte”. Basti pensare all’enorme patrimonio, in gran parte inutilizzato, costituito dalle ville settecentesche del Miglio D’oro; all’area archeologica di Ercolano; alla manifattura del corallo. Non è difficile immaginare dei percorsi turistici che si snodino dalle Ville settecentesche alle Masserie; dagli scavi di Ercolano ai sentieri del Parco Vesuvio; dai laboratori dell’arte orafa alle cantine del Lacryma Christi. La riconversione, ai fini dello sviluppo turistico, dei piccoli porti di Torre del Greco e dello storico approdo borbonico del Granatello a Portici, oggi oggetto di un programma di recupero, aggiungerebbero un altro fondamentale tassello a questo quadro di rilancio. Più complessa appare la convivenza di altre attività, industriali e dei servizi, con le esigenze di una “green economy”. Il caos urbanistico e l’anarchia del costruire da una parte, la mancanza di spazio per insediare tali attività dall’altra, hanno portato ad insediamenti disordinati e ad una pressione antropica verso le aree a monte, le uniche
disponibili, andando a pregiudicare, in una ampia fascia “pedemontana”, la possibilità di uno sviluppo coerente con le finalità dell’Ente Parco. Da questa “empasse”, se ne può uscire soltanto con una difesa strenua delle aree di pregio rimaste in equilibrio ambientale, ancorché precario, ma anche con la razionalizzazione dell’esistente e la individuazione, finalmente, di aree di sviluppo industriale e dei servizi, verso le quali incentivare le imprese a delocalizzare gli impianti, decongestionando i centri urbani e i centri storici, recuperando suoli nella fascia pedemontana, restituendo vivibilità ai residenti e opportunità per lo sviluppo turistico ai centri storici, anche sul piano della ricettività alberghiera e della ospitalità diffusa.
Questi i fatti. Questa l’analisi. In una recente e contrastata trasmissione televisiva di successo, gli autori si domandavano a vicenda: resto perchè? Vado via perché? Una volta scelta la prima opzione, bisogna tuttavia che il nostro restare abbia una prospettiva, confidi di trovare una via di uscita positiva alla insopportabilità e al nichilismo della situazione odierna. Ecco, noi vogliamo lavorare alla individuazione di questa exit strategy, che è in realtà la ricerca di una strategia per restare, ovvero per cambiare profondamente in meglio i luoghi in cui viviamo.
La domanda che ci poniamo allora è: cosa possiamo fare per cambiare questo stato di cose?
La nostra ricetta è semplice, sicuramente difficile da realizzare, ma, ne siamo convinti, essa rappresenta la sola strada percorribile: solo costruendo una mobilitazione di centinaia e migliaia di persone a sostegno di un modello di sviluppo alternativo, sarà possibile condizionare i decisori politici ad agire in maniera coerente e consequenziale al raggiungimento di questi obiettivi. Solo se si creerà un fortissimo movimento di opinione, in grado di interloquire autorevolmente con la politica e con le istituzioni, le nostre richieste potranno essere accolte.
Solo se i nostri valori, i nostri principi, la nostra visione, le nostre proposte, l’idea stessa di un modello di sviluppo diverso, diventeranno sentire comune di molte più persone di quanto non lo siano oggi, sarà possibile determinare un cambiamento profondo nel nostro vivere sociale, del nostro modo di vivere e del nostro rapporto con il territorio e l’ambiente in cui viviamo.
Per questo vi chiediamo di unirvi a noi, per costituire una rete di tutti i gruppi e le associazioni attive nei comuni dell’area Parco che condividano i valori, le analisi e le proposte di questo appello. Per condividere il nostro impegno, per arricchire la nostra proposta con le vostre proposte, per moltiplicare le nostre energie, per lavorare insieme a far crescere sensibilità e mobilitazione per un futuro migliore per tutti.

CIA (confederazione italiana agricoltori) di Napoli e Caserta
Legambiente Campania
Rete dei comitati antidiscarica vesuviani
Condotta Slow Food Vesuvio

martedì 1 marzo 2011

Ente parco Vesuvio, questo sconosciuto?

Pubblico qui di seguito il c. 3 dell'art. 11 della legge n. 394 del 1991, Legge quadro in materia di parchi nazionali, che quindi detta disposizioni anche per il nostro Parco Nazionale del Vesuvio. Da notare l'equiparazione, tra i divieti, dello sversamento dei rifiuti con la raccolta degli asparagi o dei funghi. Da notare l'idiozia: io raccoglitore di porcini vengo fermato dalla forestale e multato, i camion che sversano rifiuti tal quale, amianto, mobili interi tra la vegetazione, la fanno franca. Ma è davvero utile l'Ente Parco?

"(...)nei parchi sono vietate le attività e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat. In particolare sono vietati:
a) la cattura, l’uccisione, il danneggiamento, il disturbo delle specie animali; la raccolta
e il danneggiamento delle specie vegetali, salvo nei territori in cui sono consentite le attività agro-silvo-pastora li, nonché l’introduzione di specie estrane e, vegeta li o animali, che possano altera re l’ equilibrio n a t u r a l e ;
b) l’apertura e l’esercizio di cave, di miniere e di discariche, nonché l’asportazione di min
e r a l i ;
c) la modificazione del regime delle acque;
d) lo svolgimento di attività pubblicitarie al di fuori dei centri urbani, non autorizzate dall’Ente parco;
e) l’introduzione e l’impiego di qualsiasi mezzo di distruzione o di alterazione dei cicli biogeochimici;
f) l’introduzione, da parte di privati, di armi, e splosivi e qualsiasi mezzo distruttivo o di cattura, se non autorizzati;
g) l’uso di fuochi all’aperto;
h) il sorvolo di velivoli non autorizzato, salvo quanto definito dalle leggi sulla disciplina del volo."

martedì 26 ottobre 2010

La Parcumiera

Sul sito dell'Ente Parco del Vesuvio c'è una lettera che mi ha molto colpito dei dipendenti dell'Ente Parco (fantasma, aggiungo io). Che ho stampato e distribuito in famiglia con l'invito a leggere e far leggere.
Un grido di dolore!!!
Un urlo di rabbia!!!
Lo scempio che si sta facendo del Vesuvio e le ferite inferte ad un territorio che con fatica, ma con
grandissimo entusiasmo, abbiamo provato con tutte le nostre forze a tutelare e valorizzare nell’ottica di una sostenibilità sociale ed economica, oltre che paesaggistico-ambientale, creano sconcerto, profondo dolore ed impotenza! Il Vesuvio, il “vulcano più famoso del mondo”, è dal 1995 Parco Nazionale, dal 1997 Riserva Mondiale della Biosfera MAB UNESCO; comprende altresì due Siti di Importanza Comunitaria e una Zona di Protezione Speciale ai sensi delle Direttive Comunitarie nonché un’area wilderness e una Riserva Forestale Statale.
Questo è il Vulcano delle prelibate albicocche, dei pomodorini del piennolo, del famoso Lacrima Chrysti e dei tantissimi prodotti di una agricoltura e di un artigianato di qualità, conosciuti ed apprezzati a livello internazionale. Qui si intrecciano una cultura millenaria, un’economia tradizionale ed una natura spettacolare ed è proprio per difendere questo patrimonio unico al mondo che è nato il Parco Nazionale del Vesuvio.
Sul territorio vesuviano a partire dal 1960 sono arrivati rifiuti da tutta l’Italia raccolti in discariche di prima categoria, oggetto di indagini della Magistratura per traffico illecito di rifiuti speciali: la Fungaia Monte Somma di Somma Vesuviana, la Amendola-Formisano di Ercolano e la SARI di Terzigno che sono state chiuse agli inizi degli anni ‘90 grazie all’istituzione dell’area protetta.
Da quel momento siamo stati impegnati a scongiurare la possibilità di aprire nuovi sversatoi di rifiuti in questo territorio.
Il nostro lavoro parte da lontano perché tutti i momenti di estrema difficoltà per la gestione del ciclo dei rifiuti in Campania hanno interessato l’area protetta. Nel 1999 vi è stato l’adeguamento a discarica di prima categoria dell’invaso esistente proprio all’interno della area SARI di Terzigno; nel 2001 l’individuazione di 8 siti di stoccaggio provvisorio di R.S.U. di cui ancora oggi 4 sono colmi di rifiuti nei comuni di Terzigno, Trecase, Boscoreale ed Ercolano; nel 2003 sono state depositate balle di CDR che di “eco”, come abbiamo accertato aprendole, non avevano nulla e che ancora oggi occupano la Cava Ammendola Formisano di Ercolano e la SARI (di nuovo!!!) di Terzigno per un totale di circa 1000 unità; nel 2004 sono stati riaperti i siti di stoccaggio provvisorio del 2001 nei Comuni di Trecase e di Boscoreale. Nel 2007 un Decreto del governo Prodi aveva già identificato un sito di accoglienza di RSU a Cava Vitiello, ma in seguito ad un’audizione presso la Commissione Ambiente del Senato e grazie agli atti di solidarietà pervenuti all’Ente Parco, il Decreto fu modificato per precisare che l'uso finale del sito sarebbe stato consentito per il solo recapito della frazione organica stabilizzata ed esclusivamente a fini di ricomposizione morfologica dello stesso. In ogni occasione sopra citata l’Ente Parco è stato parte attiva con propri atti e proprie iniziative respingendo o mitigando la realtà emergenziale che da tempo immemore vive la Campania. Arriviamo così al 2008 ed alla emanazione del Decreto di identificazione dei siti di Cava Sari e Cava Vitiello conosciuto come Decreto deroga proprio perché ha derogato le competenze di tutti gli enti preposti al rilascio di pareri ed autorizzazioni in materia paesaggistica, ambientale e sanitaria.
In tutte le Conferenze di Servizi convocate sia per l’apertura dei siti da destinare a discarica che per la realizzazione di una viabilità di accesso ex novo nel territorio del Parco, il parere contrario dell’Ente Parco è sempre stato netto per motivazioni di carattere tecnico-ambientale e normativo.
Abbiamo tra l’altro promosso ricorso contro le discariche, nelle opportune sedi di competenza; abbiamo radiografato ogni rigo dei progetti, dei decreti, delle deroghe, delle valutazioni ambientali, li abbiamo smantellati, tecnicamente e giuridicamente. E siamo stati premiati da sentenze sempre favorevoli proprio perché inoppugnabili erano le motivazioni addotte. La stessa Commissione per le petizioni del Parlamento Europeo, nell’ispezione effettuata nell’estate 2010, non ha potuto che confermare quanto già espresso chiaramente nei pareri dell’Ente Parco.
La nostra attività di “smantellamento” tecnico e giuridico era ed è tuttora in corso e non si interromperà nonostante il duro colpo inferto inaspettatamente nella notte del 20 ottobre.
Continueremo ad impegnarci fino allo stremo in questo lavoro di “demolizione”, oscuro per molti, da topi di ufficio, fatto di “studio delle carte”, di verifiche tecniche, di verifiche amministrative e normative. Questo è l’unico modo che conosciamo per rendere un servizio utile a questo territorio, è l’unico modo in cui un’Amministrazione dello Stato può agire.
Noi non ci arrenderemo. Le nostre aspettative ed il nostro impegno verso questo territorio non intendono essere mortificate da nessun Decreto-deroga. Lavoriamo in un Parco Nazionale e pensiamo da Parco Nazionale.
Quattro anni fa siamo stati premiati come il Parco più efficiente d’Italia; un anno fa è arrivata la candidatura del Vesuvio a nuova settima meraviglia naturalistica del mondo, unico candidato dell’Italia!!
L’istituzione del Parco nazionale del Vesuvio, chiesta fortemente dalle comunità locali, grazie alle iniziative di sensibilizzazione e valorizzazione messe in campo, ha di fatto provocato una profonda trasformazione culturale ed una nuova consapevolezza del diritto al territorio che si legge nelle parole dei Comitati dei cittadini a cui esprimiamo tutta la nostra solidarietà per quanto sta accadendo.
I cittadini stanno crescendo nell’ottica della sostenibilità ambientale, accompagnandoci in questo percorso che ci ha condotto ad una riduzione dell’abusivismo edilizio, alla chiusura delle grandi cave vesuviane, alla drastica riduzione degli incendi boschivi.
Nello scorso periodo di programmazione,l’Ente ha saputo attivare e coordinare progetti ed iniziative a favore dei Comuni del Parco e delle popolazioni locali realizzando interventi infrastrutturali per la riqualificazione dei centri storici e per il recupero di aree degradate, oltre che progetti di ricerca e sviluppo e supporto al piccolo tessuto imprenditoriale impegnato in attività compatibili con l’esistenza di un’area protetta. Questo significa “fare il Parco”. Non un “museo della natura”, ma un luogo nel quale migliorare in modo oggettivo la qualità della vita dei cittadini. Inutile negare che il lavoro da fare è ancora lungo: siamo in un contesto difficile, fatto di piccoli e grandi abusi che continuano a mortificare il territorio. Ma proprio per questo l’apertura delle “discariche di Stato”, lo stesso Stato che aveva scommesso sul Vesuvio come grande risorsa, di fatto vanifica anche il profondo cambiamento culturale che l’Ente Parco ha costruito in questi anni sminuendo e rendendo incomprensibile il nostro ruolo.
Come possiamo riuscire a far comprendere ad un cittadino che deve mantenere in modo corretto il proprio fondo agricolo se a pochi metri si permette di aprire la più grande discarica d’Europa? E se un cittadino ci chiede cosa fare dei suoi vigneti, cosa possiamo rispondere? Come possiamo promuovere in campo nazionale ed europeo i prodotti vesuviani, se poi lo Stato permette anzi promuove, una tale devastazione ambientale? Come possiamo promuovere l’ecoturismo? Come si possono dire dei no per mantenere gli equilibri ecologici del territorio quando con un vergognoso Decreto si è scritto un sì tanto grande da sovrastare le voci legittimamente sdegnate di molte delle Istituzioni competenti?
L’Ente Parco Nazionale è poi da tempo sul territorio vesuviano il Presidio di legalità per la sostenibilità. Il suo compito è anche quello di trasformare un’area protetta in un’area di alto valore civile, cui il Ministero dell’Ambiente ha fornito un contributo sostanziale, anche economico, con il quale, solo per citare l’esempio più noto, è stato possibile il recupero del Palazzo Mediceo da tutti un tempo conosciuto come il “Castello di Cutolo”.
Per vincere la battaglia della legalità, che passa necessariamente attraverso la salvaguardia dei valori ambientali, bisogna continuare ad accompagnare questo faticoso processo di visibilità e presenza delle istituzioni pubbliche nell’area vesuviana.
Indebolire l’Ente di gestione dell’area protetta da un lato tagliando drasticamente il contributo ordinario con l’effetto di ridurre al silenzio e vanificare l’azione di questa Amministrazione, e dall’altro compromettendo di fatto il valore ambientale del territorio per le generazioni future attraverso l’apertura di due discariche, non ci sembra la strada giusta.
Non ultima la costatazione che tutta l’area di Terzigno - Boscoreale è inserita nel Sito di Interesse
Nazionale “Aree del Litorale Vesuviano”, che comprende al suo interno tutte le aree di cava, ex discariche e siti di stoccaggio provvisorio rientranti nel perimetro del Parco, che sono state inserite nel programma nazionale di bonifica e ripristino ambientale dei siti inquinati e per le cui attività nel S.I.N. sono stati stanziati 6.700.000,00 euro dal Ministero dell’Ambiente!
Ma il nostro presunto “silenzio” farà tanto “rumore” e soprattutto non significherà mai resa.
Raccogliamo questa ennesima sfida perché il Somma-Vesuvio viva e non sopravviva.
Siamo al fianco delle istituzioni locali e dei cittadini, da sempre.
I dipendenti dell’Ente Parco Nazionale del Vesuvio