giovedì 1 dicembre 2011
Frecce rosse...di vergogna
lunedì 10 ottobre 2011
venerdì 9 settembre 2011
Ma il giro di Padania che male vi fa?
Ma se decidono di organizzare una gara ciclistica, e se la pagano loro, con gli sponsor e tutto quanto, beh, io non capisco cosa ci sia da eccepire. Anzi. Se da qui in poi Renzo Bossi e famiglia si limitassero a organizzare soltanto gare ciclistiche, tornei di calcio tra nazioni inesistenti, paraolimpiadi, concorsi di bellezza, sabba nei boschi, io francamente sarei molto contento e sollevato, magari andrei anche a sentirmi qualche concerto di cornamuse al festival di cultura celtica. Purché non succhino altri soldi al pubblico erario, come quando presero i miei soldi per pagare i figuranti rumeni di quel Barbarossa che persino la Rai di Mazza ha pena a programmare.
Siamo in un periodo difficile, e lo sappiamo. Crisi economica, governo delegittimato eccetera. In mezzo a tutto questo è successo che Ferrero, segretario di ciò che resta del Partito della Rifondazione Comunista, abbia sentito l'urgenza di denunciare a Napolitano l'incostituzionalità del Giro di Padania. Come se i padri costituzionali avessero perso tempo a inserire nella Carta una tabella con le manifestazioni sportive ammissibili e quelle che invece proprio no. Secondo Ferrero il Giro sarebbe incostituzionale perché costituirebbe un atto di propaganda politica, e nella Costituzione di Ferrero (che deve avere parecchie pagine in più della mia) fare propaganda politica organizzando una gara in bicicletta è pro-i-bi-to. Invece mandare i propri attivisti a disturbare le gare altrui è ok.
Del resto è così facile. Il ciclismo è sempre stato lo sport con meno barriere tra concorrenti e pubblico. Bastano poche squadre di disturbatori per mandare all'ospedale un ciclista, o un tifoso o un carabiniere, e far parlare di sé i telegiornali. Minima spesa, massima resa. Certo, con la stessa logica bisognerebbe denunciare anche l'incostituzionalità del Giro delle Fiandre, o della Freccia Vallone, o del Giro dei Paesi Baschi, e chissà di quante altre competizioni associate a entità geografiche non nazionali. Tempo al tempo, per adesso è fondamentale che Ferrero possa ribadire che “la Padania non esiste”. Buffo, l'anno scorso in questi giorni lo diceva Gianfranco Fini. E nella sua bocca suonava lievemente autoritario, il classico tic dell'uomo d'ordine che nega l'evidenza quando non si adatta al suo sistema. È davvero triste che Ferrero ripeta la stessa cosa.
Che senso ha dire che la Padania "non esiste"? Le nazioni sono concetti astratti, e qualsiasi concetto astratto esiste una volta nominato. Insomma è un incantesimo, la Padania: essa esiste un po' di più ogni volta che la si nomina, e non ha nessuna importanza che la frase sia negativa. Ogni volta che qualche leader afferma che “La Padania non esiste”, i suoi confini diventano più nitidi. Proprio perché è una parola potenzialmente pericolosa, bisogna guardarsi dal farne un tabù. L'ultima cosa da fare con le parole pericolose è proibirle. Occorre disinnescarle. La Padania esiste, è sempre esistita: è un comodo sinonimo del più tradizionale Val Padana. La usava Gianni Brera quarant'anni fa, senza nessuna velleità separatista; la usò nel 1975 Guido Fanti, presidente comunista della Regione Emilia-Romagna, per proporre un coordinamento tra le regioni intorno al Po. Hanno cominciato a usarla i leghisti, relativamente tardi, e probabilmente si deve a loro lo slittamento dell'accento (prima si pronunciava Padanìa, ma forse non era gradita la rima con Albanìa o Romanìa).
La Padanìa è un'espressione geografica: è una valle sconsolatamente piatta, circondata da due catene montuose tra le più alte d'Europa. Se si eccettua la brevissima parentesi napoleonica, non è mai stata una nazione unitaria. È una delle macroregioni di cui è composta l'Italia: esiste tanto quanto il Mezzogiorno. Vi si può senz'altro disputare un giro in bicicletta, così come si corre ogni anno il giro di Lombardia o il Giro di Sicilia senza che la Corte Costituzionale abbia nulla da eccepire. Con buona pace di Ferrero e compagni, a cui in questi giorni argomenti più seri non dovrebbero mancare. Grazie comunque, perché spaccandogli il giochino (uno dei pochi innocui che avevano a portata di mano), mi avete ricordato un'altra cosa che non sopporto dei leghisti: il vittimismo.
http://leonardo.blogspot.com/
da unita.it
martedì 30 agosto 2011
Il governo propone incentivi a chi privatizza i servizi pubblici: “Referendum stravolti”
Non è bastato il referendum del 12 e 13 giugno, non è stato sufficiente che ventisette milioni di italiani si recassero alle urne, né quel quorum così tradizionalmente difficile raggiungere. La manovra economica spalanca le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, offrendo peraltro incentivi economici agli enti locali che sceglieranno questa strada. Con lo slogan “l’acqua la lasciamo fuori”, il governo tira però dentro i trasporti, gli asili, i rifiuti, e tutti quei servizi che rientrano nella categoria di servizi pubblici locali e che quindi, al pari del servizio idrico, erano toccati dal quesito referendario numero uno. “Per fare un esempio – spiega Andrea Caselli del comitato referendario Acqua bene comune emiliano-romagnolo – con questa manovra potrebbe essere ceduta una parte dell’azienda dei trasporti pubblici. La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione, perché il referendum non riguardava solo il servizio idrico. Penso che l’opposizione sociale si allargherà e spero che avremo con noi anche gli amministratori locali”.
Cosa ne pensano i sindaci? Il fattoquotidiano.it è andato a bussare alle porte del sindaco del capoluogo dell’Emilia Romagna, Virginio Merola, e del primo cittadino di Reggio Emilia, Graziano Delrio, che è anche presidente dell’Anci. Dal Comune di Bologna la reazione per ora è il silenzio: il sindaco bolognese promette di esprimersi sui singoli provvedimenti della manovra ma solo quando il tutto sarà definitivo. Il presidente dell’Anci invece è pronto ad annunciare battaglia. “La nostra posizione è chiara e unanime, l’articolo 4 della manovra reintroduce di fatto l’articolo 23 bis abrogato con il referendum”.
Delrio parla di “un’operazione illegittima sul piano costituzionale” e riferisce che i sindaci, “siano essi di destra o di sinistra”, sono compatti contro questo provvedimento. I motivi? “Interviene sulle competenze dei comuni e delle autonomie. E’ una norma che lede il referendum. Obbliga ad alienare quote di società e a vincolare la vendita a scadenze temporali. In sostanza, devalorizza il patrimonio dei Comuni e non vedo quindi come possa aiutare la finanza pubblica”.
Delrio parla al plurale e fino ad ora l’opposizione all’articolo 4 ha già trovato i suoi alleati più convinti fuori dai confini della regione: nelle due città, Milano e Napoli, che solo un mese prima del referendum furono protagoniste della “rivoluzione arancione”, le reazioni sono dure e immediate. Cristina Tajani, assessore allo sviluppo economico della giunta di Pisapia, giudica un errore la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e chiede che il provvedimento venga modificato: “Se venisse assegnata ai privati la gestione di settori in cui la concorrenza non può esistere, come quella del trasporto pubblico, si darebbe il via di fatto ai monopoli privati”. Anche la Napoli di De Magistris lavora contro l’articolo 4 della manovra. Alberto Lucarelli, assessore ai beni comuni, un incarico che parla da sé, rivendica anche una storia personale che “dà coerenza a quel ruolo”: oltre che professore universitario di diritto pubblico, “sono stato estensore dei quesiti referendari e ho introdotto in Italia il dibattito giuridico sui beni comuni”, spiega. “Perciò posso dire con cognizione di causa che la manovra riproponendo le privatizzazioni non solo va contro la volontà espressa dagli elettori, ma agisce in contrasto con il diritto comunitario e con la stessa costituzione”.
Questa la ragione dell’appello nazionale (http://www.siacquapubblica.it/) promosso da Lucarelli e dai suoi colleghi giuristi Ugo Mattei, Università di Torino, Luca Nivarra, Università di Palermo, Gaetano Azzariti, Università di Roma La Sapienza. Una lunghissima fila di firme è allegata al testo, a cominciare dall’ex magistrato Livio Pepino e dal missionario Alex Zanotelli. “L’Unione europea non impone forme di privatizzazione forzata, lascia solo una facoltà, non a caso Parigi ha scelto di ripubblicizzare l’acqua. In Italia, prima con Lanzillotta, poi con Ronchi, si è tentato di procedere con la privatizzazione forzata. Anche gli incentivi previsti in questa manovra per chi privatizza sono una forma di pressione, incidono sul potere di scelta degli enti locali”, spiega Lucarelli. “La Corte costituzionale aveva detto chiaramente che il referendum non era limitato all’acqua – continua Ugo Mattei – e invece ora vogliono limitare il più possibile quel Sì, delegittimarne la portata politica”.
“Politicamente siamo senza voce”, lamenta il professore torinese, “c’è un’asse che comprende maggioranza e opposizione a cui va bene vendere i servizi pubblici”. Nel frattempo si dichiarano contro le privatizzazioni il sindacato Cgil e alcune realtà associative. Codacons urla allo scippo: quel capitolo dell’articolo 4 della manovra, chiamato “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’unione europea”, di fatto ripristina il testo abolito con il voto. Il comitato referendario, in Emilia Romagna e non solo, scalda i motori. E assieme ai giuristi firmatari dell’appello promette: “Quel provvedimento verrà impugnato davanti alla Corte costituzionale”.
lunedì 9 maggio 2011
martedì 3 maggio 2011
Uomini a scadenza
Non hai il tempo di cercare, devi solo trovare, e subito. É già passato un giorno.
Te ne rimangono 5. Vuoi deciderti a trovare qualcosa?
Hai dormito nei giardini, pigro come sei. Hai perso un altro giorno.
Te ne restano 4. Ce la puoi fare, se impari bene l'italiano.
Devi solo trovare qualcuno che ti capisce.
E che non si allontana dai tuoi pantaloni stracciati, e dal tuo odore da disperato.
Ti accompagno in stazione, lì trovarai una panchina comoda. Se non ti cacciano, potrai dormire qualche ora in tranquillità. 3 giorni. Non hai un ombrello? Piove tanto...
Hai fatto passare un altro giorno, ti vogliamo aiutare, ma ti restano solo 2 giorni.
Per assumerti ci serve di capire di dove sei, quanti anni hai, ke titolo di studio possiedi.
Hai tutti gli incartamenti? No? Te li dovresti far inviare. Dormi ancora alla stazione?
Un giorno. Cosa? Sono 3 giorni che non mangi? Hai giusto il tempo di ingurgitare queste 2 facacce.
Ora vai, mi dispiace. Non puoi rimanere. Se rimani, di colpo sarai invisibile.
Sei scaduto, Agustin, come il tonno, come i biscotti, come le uova.
Cosa? Rimpiangi la Tunisia? Non ti biasimo, ma ora scusa. Ci sono dei poliziotti ke si avvicinano.
Allontanati, ti stanno cercando.
Addio.
giovedì 28 aprile 2011
Io non sono daccordo
Io non sono daccordo a costruire centrali nucleari nel mio paese, ma non perké io sia contro le energie rinnovabili; e neanke perké non voglio ke l'Italia risani il suo debito pubblico. Non le voglio perké sono "non rinnovabili"; perké producono scorie attive per migliaia di anni ke non si sa dove metterle.
Io non sono daccordo a privatizzare l'acqua, perké non vorrò pagare domani anke per respirare o fare cacca.
Io non sono daccordo a basare l'economia del mio paese sull'evasione fiscale.
Io non sono daccordo a mettere il profitto davanti alla mia vita.
Io non sono daccordo con le scelte ke il governo del mio paese sta prendendo, e lo voglio dire. Si metta a verbale.
martedì 12 aprile 2011
lunedì 11 aprile 2011
mercoledì 6 aprile 2011
Per 10mila euro il deputato finisce in carcere. Ma a Londra
Jim Devine, 57 anni, ex deputato laburista, è andato ieri davanti al giudice per rendere conto dei rimborsi spese falsi per 8.385 sterline (circa 10 mila euro) ed è stato condannato a scontare 16 mesi di reclusione. All’Old Bailey, come si chiama il Tribunale Penale di Londra, non si scherza. Qui non si fanno sconti a nessuno, tantomeno ai parlamentari. Anzi, i parlamentari pagano di più, perché oltre al reato commesso, devono anche rendere conto dell’oltraggio al buon nome dell’istituzione.
Devine è stato accusato per aver chiesto il rimborso di lavori di ristrutturazione e ritinteggiatura mai eseguiti. È il quarto parlamentare a essere condannato nell’ambito dello scandalo sulle note spese che l’anno scorso aveva scosso Westminster. David Chraytor, 61 anni, sta scontando 18 mesi per 22 mila sterline; Eric Illseley, 55, è stato mandato in prigione l’anno scorso per 14.500 sterline di rimborsi ottenuti “disonestamente” e il conservatore Lord Taylor of Warwick, 58 anni, è in attesa di giudizio per una frode da 11 mila sterline. Nei guai erano finiti anche altri 381 parlamentari definiti “disonesti” dai giornali per aver chiesto il rimborso di spese personali. Laburisti, conservatori e liberaldemocratici, senza distinzione di colore politico, erano stati tutti colti con le mani nel sacco. Chi aveva presentato il conto della gabbietta del pappagallo, chi lo scontrino del cibo per il gatto, l’hi-fi , la scopa nuova, la donna delle pulizie… Nella maggior parte cose da poco, un piccolo danno all’erario statale, ma gravissimo per chi è abituato alla legge inglese, a quel “Theft Act” che punisce ladri e truffatori, ma soprattutto stigmatizza chi viola la moralità politica.
Per Devine le note spese erano riferite al periodo tra il luglio 2008 e il maggio 2009: in Italia finire in carcere con una condanna definitiva dopo un anno potrebbe essere considerato un processo per direttissima.
Interessante il motivo della condanna di Devine, fin dall’inizio in una condizione giudiziaria peggiore per aver presentato note per spese mai avvenute (quindi doppia frode). Il tutto aggravato dal fatto che ha mentito di fronte alla Corte durante il processo, tentando di incolpare il suo amministratore e ha perseguito nella truffa nonostante i giornali fossero già pieni di notizie riguardanti lo scandalo.
Leggere i giornali inglesi stamattina e immaginare il premier italiano costretto a varcare il portone dell’Old Bailey e rivolgersi al giudice con un “My Lord”, come è uso per i magistrati dell’Alta Corte, è un pensiero che non ho potuto scacciare.
da ilfattoquotidiano.it
venerdì 18 febbraio 2011
Corruption: is Italy a step ahead?
I turisti indiani che tornano dalle loro vacanze europee tendono solitamente a lamentarsi della rigidità dei tedeschi, della fredda altezzosità dei francesi, dell’eccessiva parsimonia degli olandesi o del razzismo degli austriaci.
L’Italia invece provoca reazioni differenti: “Sono persone amichevoli, chiacchieroni, ospitali ed è l’unico posto in Europa dove i vegetariani possono mangiare un piatto decente. Ma ci sono anche ladri e doppiogiochisti che non ci pensano due volte a derubarti e lasciarti in mutande senza che tu te ne accorga, un po’ come i borseggiatori Bambaiya (NdT: borseggiatori di Mumbai, che si esprimono nello slang Bambaiya). Allo stesso tempo però, è come sentirsi in un luogo familiare.”
La maggior parte degli indiani confessa di sentirsi a casa in Italia: la vita è caotica, nessuno rispetta le regole, la polizia è corrotta, vi è una considerevole evasione fiscale, la mafia controlla grosse fette del territorio, il governo è incapace e i benestanti fanno una bella vita.
Quasi nessuno si prende cura dei poveri, eccetto alcune organizzazioni caritatevoli cristiane e delle ONG.
Il denaro pubblico stanziato per le vittime di disastri naturali sparisce nelle tasche di funzionari statali; il nepotismo dilaga; le case costruite per i poveri sono le prime a crollare nelle zone sismiche del meridione, poiché realizzate con materiali di scarsa qualità…
Vi suona familiare? Le analogie fra l’Italia e l’India sono impressionanti e anche sorprendenti. Basta guardare al modo di fare politica, alla corruzione nella vita pubblica percepita come convenzione sociale, alla solidità delle relazioni familiari e a come è strutturata la società.
Alla guida dell’India non abbiamo certamente un casanova vecchio e sfinito come Silvio Berlusconi, le cui nottate Bunga Bunga, feste sfarzose dove è spesso circondato da lolite minorenni, hanno suscitato senzazioni di vergogna miste a orrore. Tali comportamenti non sarebbero possibili in India per via delle regole sulla moralità pubblica e (per quello che conta) privata. Ma, come in Italia, quasi nessun politico accusato di corruzione, abuso d’ufficio o anche semplicemente di appropriamento di denaro pubblico, è mai andato in prigione.
Il mondo può farsi anche beffe dell’Italia e i magistrati italiani possono anche provare a incarcerare Berlusconi per aver pagato prostitute minorenni, per abuso d’ufficio (Berlusconi ordinò il rilascio di una prostituta marocchina di diciassette anni che aveva chiamato il presidente del consiglio al suo numero privato da una stazione di polizia dove era stata trattenuta per taccheggio) o per aver introdotto delle leggi allo scopo di proteggersi dal sistema giuridico e allo stesso momento per aumentare il suo potere e la sua influenza, tuttavia, almeno la metà della popolazione continua a sostenerlo e ad ammirarlo per essere un furbo, un individuo che la sa sempre più lunga di tutti gli altri e che ha usato qualsiasi trucco per superare in astuzia la giustizia e scamparla alla serie di accuse di crimini. Questi includono: frode, evasione fiscale, corruzioni di giudici, associazione mafiosa, corruzione, conflitto di interessi, impedimento della giustizia, indebolimento delle istituzioni democratiche per assoggettarle ai propri interessi… solo per citarne alcuni. Un recente sondaggio ha dimostrato che il suo indice di popolarità continua a essere del 50 per cento e qualsiasi italiano vi confermerà che Berlusconi ha buonissime probabilità di essere rieletto alle prossime elezioni.
“La mia opinione è che l’Italia sia un paese politicamente immaturo, un sottosviluppato politico, una specie di fuoco di paglia del mondo sviluppato. È sbalorditivo come l’Italia, pur raggiungendo tali livelli di corruzione, continui ad avere il settimo PIL più alto del mondo (il decimo, in termini di parità di potere d’acquisto) e il sesto bilancio del mondo, ovviamente con un deficit stellare. Ma questa mancanza di equilibrio fra le nostre prodezze economiche e l’assenza di maturità politica è il risultato della nostra storia.
Non bisogna dimenticare che l’Italia è una democrazia giovane rispetto alle altre potenze occidentali e che l’unificazione del paese è avvenuta solo 130 anni fa,” racconta Clara Fiorni, una docente di storia di Milano che ha comparato la situazione politica in Italia ed in India.
“L’Italia, come l’India, è stata perennemente invasa da potenze straniere. Entrambi i nostri paesi sono penisole, protetti rispettivamente al nord dalle Alpi e dalla catena dell’Himalaya. L’India è stata costantemente sotto controllo straniero, dapprima vi furono gli Ariani, poi i Greci, successivamente i sovrani musulmani del sultanato di Delhi, i mughal, i portoghesi, gli inglesi, gli olandesi, i francesi… e il paese venne diviso in vari regni o stati indipendenti come Hyderabad, Mysore, Gwalior, ecc. Da noi fu lo stesso. All’epoca vi erano potenti città-stato come Venezia, Firenze, Genova, Pisa o Amalfi. Fummo governati dagli Asburgo spagnoli e dagli austriaci. Poi arrivarono le guerre napoleoniche dal 1796 al 1814, quando Napoleone distrusse molte parti di Venezia, incluso il grande Arsenale e rubò numerose opere d’arte rinascimentali. Quando un paese è dominato da una potenza straniera, le sole persone di cui ti puoi fidare sono i membri della tua famiglia e della tua comunità. Così ebbe inizio il nepotismo italiano. In India, l’esistenza delle caste ha lo stesso effetto.”
“L’unificazione italiana o Risorgimento, cominciò con Giuseppe Garibaldi nel 1861 e continuò fino al 1922. Ci sono volute tre guerre di indipendenza per unificare l’Italia e questo avvenne successivamente solo alla fine della prima guerra mondiale. Ma poi sopravvenne il periodo fascista con Mussolini e la moderna repubblica italiana nacque solo nel 1946, un anno prima che l’India acquisì la sua indipendenza.
Ma laddove l’India trasse beneficio, nei primi anni di esistenza come uno Stato alle prime armi, da figure autorevoli come Nehru o Patel per assicurare l’unità del paese, lo stesso non si può dire dell’Italia, dove il Vaticano e la chiesa cattolica avevano una grande influenza. Gli intellettuali italiani, come quelli francesi, furono attratti dall’ideologia marxista, a sua volta ripudiata dalla chiesa. Il partito comunista italiano sotto la guida di leader carismatici come Enrico Berlinguer, guadagnava fino al 25 percento dei voti.
“Per tenere i comunisti lontano dal potere a tutti i costi, l’orribile formula della “partitocrazia”, o governo dei partiti, prese forma. Per quasi 40 anni, fino allo scandalo del 1992 di Tangentopoli, i democratici cristiani e i socialisti con altri due piccoli partiti, guidarono il paese, con un governo che cambiava un giorno si e uno no.
La corruzione dilagava. La gente doveva tapparsi il naso quando andava a votare – così forte era il tanfo della corruzione – ma alla fine comunque votava per la coalizione dei quattro partiti, per tenere i comunisti fuori”, sostiene Fiorini.
A seguito dell’inchiesta di Mani Pulite, il presidente del consiglio socialista Bettino Craxi fuggì in Tunisia, dove morì in esilio.
Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, fu accusato di corruzione, omicidio e associazione mafiosa. Scampò la galera grazie alla prescrizione, un trucco usato anche da Berlusconi più volte con cui riuscì a posporre, aggiornare o ritardare i suoi processi o a trasferire i giudici.
Con l’avvento della seconda repubblica, gli italiani si aspettavano un nuovo inizio, ma furono delusi. I partiti maggiori, i cristiano- democratici, i comunisti e i socialisti, si dissolsero per creare nuove formazioni politiche. Silvio Berlusconi, passò attraverso la breccia apertasi dalla dissoluzione della Democrazia Cristiana, per formare il partito di Forza Italia e successivamente, la Casa delle Libertà. I suoi alleati naturali venivano dalla destra – il partito anti-immigrazione e xenofobo Lega Nord e il nuovo partito di Allenza Nazionale (nato dalle ceneri del partito fascista di Mussolini) guidato da Gianfranco Fini. La sinistra, in quella che è stata una delle più grandi tragedie italiane, si era scomposta in molte fazioni politiche, in continua disputa fra di loro, senza un leader e senza un programma politico da offrire agli italiani. Non c’è da sorprendersi che Berlusconi, sempre a braccetto con l’elite di destra e con la comunità imprenditoriale, rimanga così popolare malgrado le sue scorribande.
Ma i magistrati, che in Italia come in India rappresentano il bastione di difesa contro la corruzione, sono determinati a catturarlo. Essi dichiarano che sono pronti a depositare le accuse contro Berlusconi già dalla prossima settimana. Se verrà condannato per sfruttamento della prostituzione minorile e per abuso d’ufficio, Berlusconi potrebbe ritrovarsi in galera per molto tempo. Ma siccome è protetto da una legge sull’immunità, da lui stesso promulgata, egli è fuori dalla portata della giustizia.
Il noto scrittore di origini italiane Alexander Stille, ha scritto recentemente sul New York Times: “In quasi tutte le democrazie, le accuse mosse a Berlusconi avrebbero significato la fine della carriera di un politico. Ma gli italiani sono molto cinici riguardo ai loro leader politici. Credendo che ‘comunque lo fanno tutti’ è possibile convincersi del fatto che la divulgazione dei crimini e delle malefatte di Berlusconi siano un segno di persecuzione.”
Questa visione della politica italiana, continua Stille, è rafforzata dai media italiani, controllati da Berlusconi. Anche altri media non di sua proprietà sono intimiditi e soggetti alla sua influenza. Molte delle prove di questo scandalo (come pure degli scandali passati) non sono state fatte vedere nei telegiornali della televisione pubblica, che insieme ai canali che Berlusconi già controlla, costituiscono il 90 percento della quota di mercato, in un paese dove il 70-80 percento della popolazione si informa solo attraverso la televisione.
[Articolo di Politica interna, pubblicato martedì 8 febbraio 2011 in India.originale "Corruption: is Italy a step ahead?" di Vaiju Naravane]
[ traduzione di ItaliaDallEstero.info ]
lunedì 14 febbraio 2011
venerdì 11 febbraio 2011
Commovente
mercoledì 9 febbraio 2011
Verso la fine della democrazia
La dittatura della merda.
E le profezie de "Il Caimano"
venerdì 4 febbraio 2011
Gli USA affermano che le mafie italiane aiutano il terrorismo
I diplomatici degli Stati Uniti in Italia ritengono che le tre mafie italiane, Cosa Nostra, Ndrangheta e Camorra, rappresentino “la maggior minaccia per lo sviluppo economico del sud Italia” e costituiscano un pericoloso e potente “sindacato del crimine” contro cui è necessario combattere con “maggior efficacia” poiché, fra le altre attività, “aiutano gruppi terroristici in Colombia e Afghanistan attraverso il traffico di droga, impediscono lo sviluppo del sud Italia, stravolgono i mercati, violano i diritti d’autore e delle aziende americane, sostengono la criminalità organizzata negli Stati Uniti e costituiscono un rischio potenziale per la salute delle migliaia di militari e funzionari americani che risiedono nel sud Italia.
Secondo quanto rivelano i documenti segreti del Dipartimento di Stato Americano, filtrati da Wikileaks ed esaminati da El Pais, i diplomatici di Washington in Italia elaborarono nel giugno del 2008 un programma composto da 12 misure concrete, con lo scopo di aumentare il coinvolgimento degli Stati Uniti nella lotta alle mafie. La proposta, firmata dal console generale a Napoli J. Patrick Truhn e approvata dalle delegazioni a Roma e nel Vaticano, era la conclusione di un lungo e sconvolgente rapporto sul triangolo criminale costituito da Cosa Nostra siciliana, dalla Camorra campana e dalla ‘Ndragheta calabrese.
Il diplomatico scriveva: “Dobbiamo lavorare per convincere il nuovo governo italiano, che la criminalità organizzata è una priorità seria del governo degli Stati Uniti e che i terribili costi economici del crimine organizzato sono un argomento convincente per una azione immediata”. L’analisi, divisa in tre parti, fu trasmessa alla Segreteria di Stato, alla CIA, all’FBI, alla DEA e ad altri 18 organismi ufficiali degli Stati Uniti, nel giugno del 2008.
Sette buoni motivi
Il documento 157192 dava una lista di sette ragioni per cui “il governo degli Stati Uniti” può e deve implicarsi maggiormente nella lotta antimafia.
- Il traffico di stupefacenti delle mafie italiane invia soldi ai narcotrafficanti (e quindi, in forma indiretta a gruppi terroristici) in Colombia e in Afghanistan, e questo influisce sulla sicurezza nazionale americana.
- Un rapporto dell’intelligence dell’FBI rivelò nel 2005 che “l’interazione criminale fra la criminalità organizzatoa italiana e i gruppi di estremisti islamici, facilita a potenziali terroristi l’accesso al sostegno economico e logistico di organizzazioni criminali con rotte di contrabbando stabilite e una forte presenza negli Stati Uniti”. In una dichiarazione pubblica del 2004, il procuratore antimafia Pierluigi Vigna segnalò il collegamento fra gruppi di militanti islamici e la Camorra, affermando che vi erano prove di un coinvolgimento della Camorra in un interscambio di droga e armi con gruppi di terroristi islamici.
- Il mercato dei falsi e la pirateria di prodotti creati negli Stati Uniti ( soprattutto film, musica e software) pregiudicano direttamente gli interessi americani.
- Gli intrecci fra le mafie italiane e statunitensi rinforzano reciprocamente questi gruppi. I legami fra la mafia siciliana di Cosa Nostra e la mafia negli USA, risalgono a circa un secolo fa, ma secondo l’FBI anche la Camorra e la ‘Ndrangheta hanno affiliati negli Stati Uniti .
- I cittadini americani residenti (comprese le migliaia di membri della Marina degli Stati Uniti e le loro relative famiglie in Campania e Sicilia), e i turisti, si vedono essi stessi influenzati dalla criminalità di strada e potenzialmente dalla crisi dei rifiuti in Campania (dovuta in larga misura alla criminalità organizzata) e dalle discariche di rifiuti tossici nella regione.
- Aziende degli Stati Uniti che vorrebbero investire nel sud Italia, si rifiutano di farlo perché preoccupate dalla criminalità organizzata.
- La criminalità organizzata indebolisce un alleato importante politicamente,, economicamente e socialmente.
Lo stesso documento raccomandava a Washington di dedicare “maggiori risorse e scambi di intelligence, per combattere la Camorra e la ‘Ndrangheta” e “che le autorità italiane collaborino più strettamente con i loro omologhi in Colombia, Albania, Turchia, Nigeria ed in altri Paesi”.
E proponeva dodici “tattiche” concrete da adottare con effetto immediato:
- Ammettere pubblicamente le dimensioni del problema della criminalità organizzata in Italia ed il supporto del governo degli Stati Uniti agli sforzi italiani per combatterla.
- Destinare maggiori risorse alla cooperazione giudiziaria con l’Italia.
- Favorire una più stretta collaborazione fra i funzionari di giustizia italiani e le loro controparti nei Paesi chiave.
- Esprimere al governo italiano l’idea che ha troppo pochi magistrati antimafia in Calabria, sede della più potente organizzazione criminale del Paese.
- Fare pressione sul Governo italiano affinché metta fine alla corruzione nei suoi porti.
- Cooperare in maniera più stretta con la Banca Centrale Italiana e fare pressione su altri Paesi (per esempio Svizzera, Liechtenstein, Monaco) affinché cooperino maggiormente nell’azione di anti-riciclaggio del denaro.
- Lavorare con il Governo italiano per migliorare un sistema giudiziario mal funzionante. Se si vuole sconfiggere il crimine organizzato, le sentenze devono essere più dure, gli appelli limitati ed il processo giudiziario più efficiente. Non è accettabile che detenuti finiscano per essere liberati perché i giudici sono costretti a scontrarsi con problemi burocratici
- Condividere l’esperienza delle istituzioni penitenziarie del governo degli Stati Uniti in costruzione, amministrazione e privatizzazione. Uno dei maggiori problemi dell’Italia è la scarsità di prigioni, il che significa che molti accusati non sono mai incarcerati e molti condannati sono liberati molto prima di aver scontato interamente la pena.
- Dare maggiore appoggio agli sforzi delle associazioni dei cittadini che lottano contro la criminalità organizzata (per esempio i gruppi che in Sicilia guidano la ribellione pubblica contro le estorsioni).
- Contribuire ad estendere la conoscenza dei cittadini sugli effetti deleteri delle organizzazioni criminali e su come abbiamo affrontato il problema negli USA.
- Ottenere il sostegno della Chiesa Cattolica Romana affinché si esprima maggiormente contro il crimine organizzato.
- Incoraggiare il Governo Italiano e l’Unione Europea affinché investano in infrastrutture e particolarmente nel miglioramento della sicurezza pubblica nel sud Italia e allo stesso tempo nel miglioramento della tracciabilità del denaro.
“Inefficienza delle autorità spagnole”
In quel punto, il documento rivela che almeno due Procuratori Generali italiani avevano denunciato alle autorità rappresentative statunitensi” l’inefficacia delle autorità spagnole nella lotta contro il traffico di stupefacenti fra i gruppi criminali spagnoli ed italiani”. Dopo aver commentato che la DEA considera la Spagna un socio eccellente nelle indagini contro il traffico di droga, il console concludeva: ” Il problema deve essere la scarsa cooperazione più che una mancanza di dedizione o di competenza di una delle parti”.
Un altro suggerimento del documento è quello di “lavorare in stretta collaborazione con la Banca Centrale Italiana e la Guardia di Finanza,” condividendo “informazioni di intelligence atte ad identificare le aziende del crimine organizzato ed assicurarsi che siano bloccate o sequestrate”.
Il cablogramma chiedeva inoltre a Washington di includere le tre mafie italiane nella lista principale dell’OFAC, l’ufficio per il controllo dei traffici di droga internazionali, elaborata dal Ministero del Tesoro americano. L’OFAC aveva già incluso la ‘Ndrangheta nella lista Tier One, che apre di fatto le porte al sanzionamento delle aziende che operano con l’organizzazione e delle loro coperture che riciclano denaro sporco, ma il documento esprimeva l’opportunità di includere anche la Camorra e Cosa Nostra.
[Articolo originale "EE UU afirma que las mafias italianas ayudan al terrorismo" di Miguel Mora]
[ traduzione di ItaliaDallEstero.info ]
giovedì 3 febbraio 2011
Chi è senza PEC...
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Acqua pubblica, Zanotelli: "Fiumi battete le mani"
di Alex Zanotelli - 27 Gennaio 2011 -
http://www.ilcambiamento.it/beni_comuni/zanotelli_referendum_acqua_pubblica.html
La Corte Costituzionale ha approvato due dei tre quesiti referendari: il primo, che afferma che l’acqua è un bene di non rilevanza economica, e il terzo che toglie il profitto dall’acqua
Sono queste le parole del Salmo 98 che mi sono improvvisamente affiorate alla mente quando mi è stato comunicato che la Corte Costituzionale aveva dato il via al referendum sull’acqua. Dopo anni di impegno, un sussulto di gioia e di grazie al Signore che riesce ancora a operare meraviglie, e un grazie allo straordinario 'popolo dell’acqua' che ci ha regalato in due mesi un milione e mezzo di firme.
La Corte ha approvato due dei tre quesiti referendari: il primo, che afferma che l’acqua è un bene di non rilevanza economica, e il terzo che toglie il profitto dall’acqua. Che la Corte Costituzionale (piuttosto conservatrice) abbia accolto queste due istanze sull’acqua in contrasto con i dogmi del sistema neo-liberista, è un piccolo miracolo. E questo grazie agli straordinari costituzionalisti che le hanno formulate e difese, da Rodotà a Ferrara, da Mattei a Lucarelli senza dimenticare Luciani.
Ma la grande vincitrice è la cittadinanza attiva di questo paese che diventa il nuovo soggetto politico con cui anche i partiti dovranno fare i conti. “I cittadini si sono appropriati del diritto di esprimersi sui beni comuni - hanno commentato A. Lucarelli e U. Mattei - sui beni di loro appartenenza, su quei beni che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali. Si è dato così significato e dignità all’art.1 della Costituzione Italiana, ovvero al principio che assegna al popolo la sovranità in una stagione di tragedia della democrazia rappresentativa”.
Tutto questo apre a una nuova stagione di democrazia: il cammino per riappropriarci dei beni comuni che ci sono stati sottratti. E questo l’abbiamo ottenuto senza finanziamenti (ognuno ha dato quello che ha potuto), senza i partiti presenti in Parlamento e senza l’appoggio dei grandi media. Questo rende ancora più straordinaria questa vittoria, la prima nel suo genere nell’Unione Europea.
Dobbiamo ora lavorare sodo per informare, sensibilizzare, per convincere 25 milioni di italiani ad andare a votare (questo è il quorum necessario per la validità del referendum). Sarà una campagna referendaria molto dura perché abbiamo davanti un Sistema economico-finanziario che non può perdere l’oggetto del desiderio del XXI secolo: l’oro blu che è già scarso e andrà sempre più scarseggiando per il surriscaldamento del Pianeta.
Per questo dobbiamo organizzarci bene con comitati a livello provinciale come a quello regionale. Dobbiamo imparare i processi democratici partendo dal basso, lavorando in rete e tenendoci tutti per mano, nel profondo rispetto del volto di ogni persona. Dobbiamo far nascere il nuovo dentro un Sistema che mercifica tutto, anche le persone.
Nel frattempo invitiamo poi i cittadini a chiedere tre cose:
1) la Moratoria della legge Ronchi, per impedire la privatizzazione dell’acqua in pieno svolgimento del referendum perché, in caso di vittoria, quei Comuni che avranno privatizzato, dovranno sborsare somme notevoli ai privati per riappropriarsi della loro acqua;
2) la convocazione di un consiglio comunale monotematico sull’acqua per sottrarre il servizio idrico alle regole del mercato e della concorrenza, e sostenere e appoggiare i due Sì al referendum promosso dal Comitato referendario 2 Sì per l’acqua bene comune;
3) il voto referendario venga associato alle elezioni amministrative previste per il mese di maggio.
Riteniamo poi fondamentale il ruolo che la Chiesa italiana può svolgere in questo referendum. Pertanto ai cristiani, alle parrocchie, alle comunità ecclesiali, chiediamo il coraggio di scendere a fianco di questo grande movimento dell’acqua pubblica. Chiediamo ai nostri vescovi di esprimersi ribadendo che l’acqua è la vita ed è un diritto fondamentale umano. In vista del referendum, chiediamo che la CEI si esprima sul tema di questo referendum, perché si tratta di un problema etico e morale.
Tutto questo è stato espresso molto bene dal vescovo cileno Luis Infanti della Mora di Aysén (Patagonia), nella sua stupenda lettera pastorale 'Dacci oggi la nostra acqua quotidiana': “La crescente politica di privatizzazione è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria sociale: gli esclusi. Alcune multinazionali che cercano di impadronirsi di alcuni beni della natura, e soprattutto dell’acqua, possono essere legalmente padroni di questi beni e dei relativi diritti, ma non sono eticamente proprietari di un bene dal quale dipende la vita dell’umanità. È un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare”.
E allora diamoci tutti da fare perché “i fiumi ritornino a battere le mani” quando il popolo italiano sancirà con i due Sì che l’acqua è bene comune, diritto fondamentale umano.
martedì 1 febbraio 2011
Il corpo delle donne
Un altro ke però non sono riuscito a trovare se non in trailer, sempre citato nell'articolo spagnolo, è Sorelle d'Italia, ke spero presto di riuscire a trovare online.
Maschere
35 anni dopo, Berlusconi incarna la visione pasoliniana della realtà con tanta maestria, come se stesse interpretando il ruolo principale nell’opera postuma dell’artista. I capelli tinti ed il viso coperto di trucco, le sue disperate ostentazioni giovanili di seduttore senile battono ogni giorno i suoi record di indecenza, senza che molti dei suoi concittadini trovino motivi per smettere di celebrare le sue pagliacciate.
Non voglio essere sgradevole, ma Berlusconi mi sembra più sinistro che ridicolo. Per provare che i sociologi degli anni settanta avevano ragione quando avvertivano che la società italiana anticipava l’evoluzione del resto del continente, basta contemplare le maschere della principessa del popolo e la sua corte di enormità. Sotto c’è una faccia brutta e volgare che nessuno vuol vedere. È la magia della televisione. Quando la triviale rappresentazione del cannibalismo smetterà di essere un ameno passatempo da godersi in famiglia, allora forse le sue stelle si saranno trasferite nei seggi del Governo e ci sarà qualcuno che dirà che è pura democrazia. Conviene prepararsi al peggio, leggete Pasolini.
http://www.elpais.com/articulo/ultima/Mascaras/elpepiopi/20110131elpepiult_1/Tes