martedì 30 agosto 2011

Le miniere d'uranio in Val Vedello

Ho trovato questo post da un blog mentre ero alla ricerca di notizie sull'uranio, lo pubblico per non perdere d'occhio la questione nucleare che il nostro governo ha tentato di rinviare al 2012, sovvertendo il voto referendario. Sottolineo che questo post è datato 2007, quindi non risente dell'onda della campagna referendaria ultima. (più tardi pubblicherò l'altra notizia sull'uranio dal quale sono partito con la ricerca)

Siamo a metà degli anni ’70. In molti si sono ormai abituati alle dighe, divenute parte integrante del paesaggio di queste zone, ma questa volta è nel cuore della montagna che qualcuno vede la possibilità d’arricchirsi. Fasi di prospezione mineraria evidenziano la presenza di filoni uraniferi in Val Vedello a quasi 2000 metri di quota. Inizia così una nuova ondata di sconvolgimenti ambientali che si concluderà dieci anni dopo con l’abbandono del progetto.

Ho voluto raccontarvi questa vicenda attraverso le parole di chi, come il mio amico Piero, in quei posti ci ha lavorato e, pur pensando ai benefici energetico-economici che si possono trarre dall’uranio, ha visto gli effetti collaterali e i pericoli dell’attività estrattiva (intervista tratta da "Le montagne divertenti. Viaggio fra le vette dimenticate").

“Per quanto tempo hai lavorato lì? Che facevi?”

“Dal 1979 al 1983, due anni prima della definitiva chiusura delle miniere. Ero addetto ai carotaggi. Estraevamo i campioni di roccia dove lo diceva l’Agip”.

“Le miniere furono chiuse perché non fu trovato abbastanza uranio?”

“Non so se sia quella la ragione. A quel tempo si diceva che la fascia orobica da Agneda a Castello Dell’Acqua fosse una delle zone d’Europa più promettenti per la coltivazione dell’uranio. Il progetto di ricerca nella Val Vedello fu frutto di un’iniziativa italiana nata in seguito ad alcune rilevazioni e studi geologici sul territorio. Vide l’interesse di consulenti e gruppi di universitari stranieri che venivano spesso a visitare la miniera.

Può darsi, però, che i filoni del minerale all’interno della montagna non avessero la consistenza sperata e perciò si decise d’abbandonare la costosa ricerca.

“Cosa mi dici della miniera e della vita lassù?”

“Nella spianata a quota 2000 c’erano le baracche con la mensa, i dormitori, l’infermeria e gli uffici. Se sali si vedono i ganci nel cemento che le ancoravano a terra, l’ultima volta che sono stato lassù ho ancora riconosciuto la dislocazione di tutte le strutture. Poco dopo la diga di Scais c’è la tettoia di metallo da cui partiva la funicolare. Insomma, era una città in miniatura con tutti i servizi. C’era pure un guida alpina che, essendo infermiere diplomato, diventava all’occorrenza “medico” per il primo soccorso.

Salivamo nella stagione buona con le gip o le moto da Agneda, una ditta si occupava del trasporto. In inverno, invece, quelli dell’Agip non si fidavano a passare sotto la costa della montagna, per via delle valanghe. Allora si prendeva l’elicottero da Piateda. Lì c’era un hangar costruito apposta.

Nelle miniere si facevano i turni, eravamo più squadre. Gli scavi non si fermavano mai, ventiquattro ore al giorno tutta la settimana. Gli orari erano pesanti, i turni erano di dodici ore. Si lavorava per 10 giorni consecutivi, poi eri mandato a casa per tre. Lassù non c’era nient’altro da fare e allora si scavava finché si riusciva. Pensa, d’inverno, quando avevi il turno di giorno, non vedevi mai la luce del sole perché era notte sia quando entravi nella montagna sia quando uscivi.

All’interno delle gallerie si facevano carotaggi profondi fino a cinquanta metri, entro nicchie che quelli dell’Agip comandavano ai minatori, mentre all’esterno siamo scesi fino a trecento metri. Il macchinario in quei casi era ancorato alla roccia perché non si ribaltasse. I minatori ci preparavano i ganci. Una volta, per un gancio messo male, ce la siamo vista brutta. La torre su cui era montata la fresa è caduta su un lato. Per fortuna nessuno si è fatto male. Da allora la ancoravamo anche a mezza altezza con degli ulteriori ganci di sicurezza. Durante i carotaggi a volte filava tutto liscio e dovevi solo badare alla pressione dell’acqua, altre volte s’incontravano fasce di roccia lamellare e marcia che intasavano la punta diamantata. Dovevamo quindi estrarre tutti gli assi, ed erano lunghi tre metri l’uno, ripulire la punta e rimontare tutto. Nei momenti peggiori ciò accadeva ogni 30 centimetri di scavo.

Le carote estratte andavano riposte ordinatamente in cassette di legno. I tecnici dell’Agip facevano una prima analisi sommaria. Quelle ritenute interessanti erano portate via dall’elicottero, le altre gettate via. Un mio collega con 2 carote grosse ci ha fatto il caminetto”.

“Che s’illumina anche quando è spento!” aggiunge scherzando Alan, che è lì ad ascoltare.

“La gente andava in discarica a prenderne altre per scopi edili, - continua Piero - sono rocce molto belle e poi già perfettamente lavorate”.

Piero va in garage a prendere due spezzoni di carote per mostrarmeli, mentre Alan, ridendo, finge di schermarsi dalle radiazioni usando un vassoio di rame. Piero mi regala uno di quei frammenti, che ora tengo sulla scrivania contro il malocchio e gli errori di battitura al computer. E’ molto appariscente, specie se bagnato. Ha venature verdi e grigie con macchie rossastre.

“Non era pericoloso quel lavoro?”

“Eravamo molto controllati. Ci mandavano ogni due mesi a Sondrio a fare gli esami, ogni quattro a Pavia a farne altri più completi. Vestivamo una piastrina come quella dei tecnici in radiologia che misurava quante radiazioni avevamo assorbito. Ogni mese consegnavi la piastrina e te n’era data una nuova. Una volta risultò che avevo preso zero virgola zero, zero di radiazioni, insomma nulla di pericoloso. Per il resto non è mai successo niente”.

Piero ci guarda e capisce che le ragioni non bastano e aggiunge: “Poi ci davano tre milioni al mese, che per i primi anni ottanta erano un sacco di soldi. Da nessuna parte ti avrebbero pagato tanto”.

“Dei danni ambientali non ne sai nulla? Pare che in quegli anni ci fossero accese fervide polemiche per l’impennata dei valori di radioattività nelle acque degli effluenti della diga di Scais.”

“Devi sapere che la sonda iniettava nel foro grandi quantità d’acqua che poi riuscivano in superficie e defluivano liberamente. Queste acque, che avevano concentrazioni d’uranio nettamente superiori a quelle delle acque superficiali raggiungevano la diga di Scais e quindi finivano a valle [ndr. si parla di concentrazioni di uranio nelle acque fuoriuscenti dalle gallerie da 10 a 100 volte superiori alle acque esterne, fra i 10 e i 120 mg/L, come confermano i dati ufficiali pubblicati agli inizi degli anni ’80 in fase di prospezione mineraria ]. Quando fu dato l’ordine di smantellare si sapeva che, secondo accordi presi dall’Agip all’apertura della miniera, si sarebbe dovuto ripristinare nella valle lo stato delle cose antecedente ai lavori. A quanto pare gli accordi non furono rispettati e molte cose sono state lasciate all’abbandono, come può facilmente constatare chiunque salga lassù ”.

So che per molti non si possono criticare le cossidette “fonti di energia pulite” e che quindi questo articolo possa sembrare un insulto al comune buon senso.

Ma si può definire pulito solo ciò che non danneggia l’uomo, non sarebbe meglio considerare la natura in generale?

Io resto dell’idea che la migliore fonte d’energia sia il consumare meno, senza cercare sfruttare tutte le possibilità che la natura ci offre. Bisognerebbe vivere in armonia con il proprio territorio e non tentare di plasmarlo a misura d’uomo, come se fossimo in preda a illogici deliri d’onnipotenza. Anche le ali di Icaro si sciolsero quando cercò d’avvicinarsi troppo al sole.

23 FEBBRAIO 2007

da schifezzeinvaltellina.blogspot.com

lunedì 29 agosto 2011

Torre del Greco, appello per riaprire i passaggi a livello in Litoranea

Riaprire i sei passaggi a livello di via Litoranea finché non saranno risolti i problemi che rischiano di mettere in ginocchio le attività commerciali della zona. È l’appello lanciato dall’associazione “Per il rilancio di Torre del Greco” per salvaguardare l’economia del quartiere: a due mesi dall’inaugurazione della parallela al lungomare e a poche ore dall’iniziativa lanciata dall’amministrazione comunale per dare un nome – attraverso un sondaggio pubblicato sul sito ufficiale del Comune www.comune.torredelgreco.na.it– si alza il grido di dolore degli esercenti di via Lava Troia, via Ponte della Gatta, via Torretta Fiorillo, via Santa Maria la Bruna, via Mortelle e via Pagliarone.

Tutti riuniti, adesso, in un comitato civico nato per affrontare i disagi e i disservizi causati dalla (frettolosa) soppressione dei sei passaggi a livello che collegavano via Litoranea alle traverse che conducono su via Nazionale: un progetto – realizzato in sinergia tra l’ente di palazzo Baronale e le Ferrovie dello Stato – nato con l’intenzione di disciplinare il traffico sul lungomare cittadino, eliminando i pericoli (e le attese) provocati dalla presenza delle barriere. Un obiettivo che, secondo gli esercenti della zona, sarebbe stato centrato solo a metà. Perché se è vero che la circolazione delle auto durante l’estate non è andata in tilt come accadeva in passato è altresì vero che le attività commerciali di via Litoranea e dintorni hanno scontato in maniera evidente il mancato completamento delle opere progettate dal Comune e dalle Fs. Sei, in particolare, le criticità indicate dal comitato civico: in primis, la necessità di realizzare una passerella pedonale in via Mortelle (zona Postiglione) per consentire l’accesso alla chiesa di San Vincenzo a Postiglione; l’obbligo di costruire una passerella pedonale in via Santa Maria la Bruna, come inizialmente prevedeva il progetto; l’attivazione degli ascensori – finora mai entrati in funzione – per le persone anziane e i disabili; l’istallazione – alla luce dei frequenti assalti di writers e tossicodipendenti – di un servizio di videosorveglianza h24, collegato con le forze dell’ordine; il ripristino del servizio di trasporto pubblico (linea G) lungo la nuova strada realizzata e il via alle azioni esproprio per collegare il tratto di via Santa Maria la Bruna (zona scuola elementare Conte) con la parallela alla Litoranea, attraverso una strada privata presente in via I^ traversa Santa Maria la Bruna.

“Finché non saranno affrontate e risolte tali problematiche – la richiesta avanzata dai partecipanti all’incontro organizzato presso la sede dell’associazione Per il rilancio di Torre del Greco – chiediamo all’amministrazione comunale e alle Fs l’apertura temporanea di tutti e sei passaggi a livello, pure alla luce del chiaro danno economico apportato alle attività commerciali che adesso si trovano in strade cieche”. Un appello che sarà formalizzato in una lettera indirizzata al sindaco Ciro Borriello, all’assessore ai lavori pubblici Giovanni Sorrentino e al dirigente dell’ufficio tecnico del Comune.

ALBERTO DORTUCCI

da metropolisweb.it

Manifesto del contadino impazzito

Amate pure il guadagno facile,

l'aumento annuale di stipendio, le ferie pagate.

Chiedete più cose prefabbricate,

abbiate paura di conoscere i vostri prossimi e di morire.

Quando vi vorranno far comprare qualcosa

vi chiameranno.

Quando vi vorranno far morire per il profitto,

ve lo faranno sapere.

Ma tu, amico,

ogni giorno fa qualcosa che non possa essere misurato.

Ama la vita. Ama la terra.

Conta su quello che hai e resta povero.

Ama chi non se lo merita.

Non ti fidare del governo, di nessun governo.

E abbraccia gli esseri umani:

nel tuo rapporto con ciascuno di loro riponi la tua speranza politica.

Approva nella natura quello che non capisci,

perché ciò che l'uomo non ha compreso non ha distrutto.

Fai quelle domande che non hanno risposta.

Investi nel millennio... pianta sequoie.

Sostieni che il tuo raccolto principale è la foresta che non hai seminato,

e che non vivrai per raccogliere.

Poni la tua fiducia nei cinque centimetri di humus

Che crescono sotto gli alberi ogni mille anni.

Finché la donna non ha molto potere,

dai retta alla donna più che all'uomo.

Domandati se quello che fai

potrà soddisfare la donna che è contenta di avere un bambino.

Domandati se quello che fai

disturberà il sonno della donna vicina a partorire.

Vai con il tuo amore nei campi.

Risposati all'ombra.

Quando vedi che i generali e i politicanti

riescono a prevedere i movimenti del tuo pensiero,

abbandonalo.

Lascialo come un segnale della falsa pista,

quella che non hai preso.

Fai come la volpe, che lascia molte più tracce del necessario,

diverse nella direzione sbagliata.

Pratica la resurrezione.


W E N D E L L B E R R Y

traduzione di Giannozzo Pucci

da ilcovile.it

venerdì 26 agosto 2011

Sbornia, postumi della sbornia e rimedi per farla passare

da my-personaltrainer.it

La sbornia, termine utilizzato come sinonimo di sbronza, etilismo acuto od ubriacatura, è la scomoda compagna di molti affezionati o saltuari bevitori. Si tratta, in sostanza, di un'insieme di disturbi, per molti versi spiacevoli, associati al consumo di una dose eccessiva di alcol.

Svegliarsi con i postumi della sbornia al proprio fianco è un evento spesso tragico e per questo descritto con espressioni alquanto colorite: "mi sento come se fossi stato travolto da un treno", "ho un martello che continua a battere nella testa", "sono uno straccio" e via dicendo. In questi casi, riprendersi in fretta è importante non solo per sentirsi meglio, ma anche per evitare di attirare su di sé pregiudizi, rimproveri e commenti imbarazzanti di famigliari e conoscenti.

La gravità della sbornia è direttamente proporzionale alla quantità di alcol ingerita e varia in base a numerosi fattori, come il sesso (più esposto è quello femminile), la predisposizione genetica, l'abitudine a bere e la contemporanea assunzione di cibo, farmaci o droghe.

Qualunque sia la causa, i consigli ed i rimedi fai da te sono vari e numerosi, ma solo pochi risultano realmente efficaci; per contro, molti altri non sortiscono l'effetto sperato e possono addirittura aggravare il problema.

La prima e più banale raccomandazione è di bere molta acqua, in modo da reidratare l'organismo e ripristinare i liquidi perduti a causa dell'alcol; allo stesso tempo, una buona idratazione favorisce l'allontanamento di una piccola quota di etanolo tramite urine e sudore (che insieme al respiro rappresentano le vie ausiliarie alla detossificazione epatica).

Le bevande analcoliche si rivelano molto utili anche a scopo preventivo; se insieme ad un drink si ordina una quantità doppia di acqua, da un lato si trangugeranno meno alcolici e dall'altro si smorzeranno i postumi dell'eventuale sbornia; allo stesso modo, per migliorare la situazione al risveglio, è importante sorseggiare un paio di bicchieri d'acqua poco prima di andare a dormire.

Appena alzati, è consigliata una colazione semplice, prevalentemente a base di frutta. La sbornia, infatti, ha indebolito l'intero organismo ed in modo particolare il fegato e lo stomaco. Anche a livello metabolico i problemi non mancano: i livelli glicemici sono bassi, i radicali liberi spopolano, il sangue è più acido ed alcune vitamine del gruppo B sono state spese nella detossificazione dell'etanolo. Niente cibi di difficile digestione, dunque, ma una sana e salutare colazione a base di frutta, con qualche fetta di pane, marmellata e miele.

Se possibile, niente farmaci antidolorofici, perché molti di essi possiedono effetti collaterali a livello gastrico (FANS) ed epatico (nimesulide, paracetamolo).

Anche se può sembrerebbe scontato, meglio sottolineare che il consumo una piccola quantità di alcol al risveglio, quasi fosse un rimedio omeopatico, non allevia certo i sintomi della sbornia, anzi...

Da non dimenticare che l'etilismo acuto provoca vasodilatazione, aumentando la dispersione del calore corporeo, quindi ipotermia. Pertanto, anche quando si accusano vampate di calore ed il sudore gronda dalla fronte, è bene coprirsi ed evitare di uscire per cantare a petto nudo sotto la neve!

Niente bevande tipo cola e caffè per attenuare i sintomi della sbornia: stimolano la secrezione di succhi gastrici, irritando la già provata mucosa dello stomaco, e favoriscono la diuresi, aggravando la disidratazione corporea (che aumenta quando si vomita).

Un prezioso aiuto può essere ricercato anche negli estratti di carciofo e cardo mariano, grazie al loro contenuto in silimarina. Quest'ultima, insieme alle vitamine B e all'amminoacido cisteina (precursore del glutatione), è ingrediente comune delle cosiddette "sober up pills", letteralmente "pillole per far passare la sbronza", molto pubblicizzate su internet.

Una crema idratante, insieme a qualche fetta di cetriolo sugli occhi, può donare al viso un aspetto più fresco e riposato.

Se la sbornia non è particolarmente grave, una leggera attività fisica può essere d'aiuto: attenzione, però, i riflessi saranno sicuramente meno pronti, il rischio di disidratazione maggiore e l'efficienza fisica compromessa; mai sport a digiuno, dal momento che l'alcol causa ipoglicemia ed inibisce la gluconeogenesi. Meglio non chiedere troppo all'organismo e limitarsi ad una passeggiata rilassante.

Per smaltire 1/2 litro di vino oppure 5 bicchierini di super-alcolici l'organismo impiega circa 7 ore. L'eliminazione dell'etanolo è affidata soprattutto al fegato (92% - 98%), ai polmoni (1,6%-6%) ed in misura minore al sudore, alle lacrime, al latte materno e alle feci (0,5-4%).

In conclusione, per far passare la sbornia non esistono rimedi miracolosi e questo per un semplice motivo: la sbronza se ne andrà solo quando il fegato avrà metabolizzato tutto l'alcool presente nel sangue. Dal momento che la velocità di detossificazione epatica è pressoché costante (intorno ai 3-6, massimo 8 grammi/ora), l'arma migliore rimane la prevenzione: bere poco, responsabilmente e mai a stomaco vuoto.

giovedì 25 agosto 2011

Pedali e sudore

Il sole ti brucia, ti rende bicolore
ti tempra sulle salite, cerchi di non cedere.
Quando sali, pensi solo a ciò che ti aspetta oltre,
senza contare le pedalate, guardi solo il rapporto di chi ti precede.
Scollini, e il mondo ti sembra migliore,
i colori più vivi, l'aria fresca, la meta più vicina.
Ne puoi fare 100 di salite,
in sella sai bene che non ce n'è una senza discesa.

martedì 2 agosto 2011

Le 6 scuse più comuni per non usare la bicicletta al posto dell'auto

Come ogni mattina, vi siete preparati per uscire e andare al lavoro: qual è il vostro mezzo di trasporto? Siete tra coloro che non riescono a rinunciare alla propria auto o tra i volenterosi che saltano in sella alle due ruote e compiono il tragitto quotidiano verso l’ufficio in bicicletta? Oppure fate parte della (nutrita) schiera di persone che “sarei felice di uscire in bici ma…”?

Non è raro, infatti, che alcune obiezioni più o meno fondate e ragionevoli ci spingano ad abbandonare il proposito di spostarci pedalando e di gravare solo sui muscoli delle nostre gambe, facendoci tornare ai “vecchi” mezzi di trasporto. E non è raro neppure che tali obiezioni diventino per noi delle comode giustificazioni quando si tratta di spiegare perché, pur essendo a favore di uno stile di vita a basso impatto ambientale, non riusciamo a metterlo in pratica nei nostri spostamenti quotidiani.

Ecco quindi 6 scuse particolarmente diffuse, insieme alle quali cerchiamo anche di offrirvi delle possibili soluzioni (e se proprio non volete, non potete o non ve la sentite di utilizzare la bici su base quotidiana, cercate comunque di impegnarvi a lasciare a casa il più possibile l’auto privata, preferendo i mezzi pubblici o soluzioni a basso impatto come il car sharing e il car pooling).

1. Devo trasportare oggetti/cose troppo pesanti

Computer portatile, contenitori per il pranzo, un cambio… a volte non riusciamo ad evitare di portarci dietro dei pesi che ci influenzano nella scelta del mezzo di trasporto più indicato. Certo, pedalare nel traffico sbilanciati, facendo gli equilibristi tra borse e sportine, non è né comodo né semplice. Anzi, è proprio pericoloso. Tuttavia, molti degli scompensi dovuti al peso e all’ingombro delle cose che trasportiamo possono essere ovviati in modo piuttosto semplice: basta applicare alla propria bici un cestino capiente o un pratico portabagagli, e il più è fatto! E se volete essere ancora più eco-chic, provate a farveli da soli con questi consigli.

2. Sta piovendo!

A volte la pioggia (specie se è in corso un vero e proprio temporale) spinge a ripensamenti e a cambi di programma anche i ciclisti più fedeli e assidui. Nessuno, infatti, vuole arrivare al lavoro o ad un appuntamento importante bagnato fradicio.

La soluzione per non rinunciare né al proprio mezzo di trasporto preferito né ad un aspetto dignitoso potrebbe essere investire in indumenti traspiranti e in una buona giacca a vento, di quelle impermeabili e munite di cappuccino, oppure – per i mesi meno freddi - in un buon k-way. Sarebbe poi una buona idea avere un cambio nel proprio luogo di lavoro - soprattutto se in ufficio dovete indossare abiti o scarpe eleganti, che stridono con una pedalata di buona lena, soprattutto se sotto la pioggia!

3. Sta nevicando

La neve è un’evenienza molto meno comune della pioggia (per lo meno alle nostre latitudini), ma può rivelarsi ugualmente fastidiosa. Molte bici da strada diventano inutilizzabili in caso di neve o di ghiaccio lungo il percorso: l’unica possibilità per far fronte a questo tipo di emergenze, se siete dei ciclisti duri e puri, è un mountain bike.

Per quanto riguarda gli abiti, invece, valgono gli stessi consigli applicabili alla pioggia e i nostri consigli per andare in bici d'inverno

4. Il caschetto mi rovina i capelli

Se viaggiate in auto dovete allacciare la cintura, se scegliete di pedalare dovete indossare l’apposito elmetto di protezione, affinché il vostro tragitto sia non solo più green ma anche più sicuro. Tuttavia, quello che è uno strumento di protezione diventa troppo spesso un deterrente all’uso delle due ruote: il caschetto, infatti, comprime inevitabilmente i capelli, scompigliandoli, con grande disappunto di molti di noi, che magari, prima di uscire, hanno speso del tempo a fasi belli.

Il problema si può aggirare portando sempre con sé (oppure tenendo in ufficio, insieme al cambio) una spazzola e tutto il necessario per restituire alla propria chioma l’aspetto che si desidera. D’altra parte, se l’obbligo del casco non impedisce l’uso quotidiano di scootere moto, perché dovrebbe scoraggiare i ciclisti?

5. In bici impiego troppo tempo per spostarmi

È un dato di fatto: chi pedala compie di solito uno sforzo maggiore e – generalmente - impiega più tempo a raggiungere la propria meta rispetto a chi guida. Ok, questa è la regola. L’eccezione è rappresentata dalle ore di punta nelle grandi città, quando le strade sono così congestionate da determinare lunghissime colonne di auto: ebbene, in questi casi avere una bici a portata di mano potrebbe essere una soluzione ottima sia per evitare lo stress di lunghe code che per risparmiare il tempo (e il denaro…) che altrimenti dedicheremmo alla palestra o al fitness.

6. C’è troppo traffico!

A quest’ultima affermazione è più difficile controbattere: traffico e scarsa educazione stradale sono una costante nelle nostre città e solo in alcuni Comuni (pochi…) ci sono piste ciclabili davvero degne di questo nome, utili e sicure. Detto questo, se avete fiducia nelle vostre capacità e non temete la concorrenza di auto, bus, taxi e scooter, non esistono particolari controindicazioni. Basta ricordare di usare tutte le precauzioni del caso, indossando il vostro elmetto, rispettando le regole della strada (non imboccate sensi unici contromano, osservate la segnaletica, fermatevi con il rosso…) e avendo cura di controllare sempre che i fanali e le luci della vostra bici siano in buono stato.

E con questo… buona pedalata a tutti!

Lisa Vagnozzi - greenme.it

giovedì 28 luglio 2011

Proposta: benzina a 100 euro a litro!

Benzina, la spesa per il pieno sorpassa quella per il cibo

Per effetto degli aumenti la spesa per trasporti, combustibili ed energia elettrica delle famiglie italiane ha sorpassato quella per gli alimentari e le bevande. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat, in occasione del nuovo record storico raggiunto dal prezzo della benzina al sud. "Sui 2.453 euro spesi mensilmente dalle famiglie italiane ben 471 euro (il 19,2 per cento) - sottolinea la Coldiretti - vengono destinati a trasporti, combustibili ed energia elettrica, mentre 467 euro (il 19 per cento) all’alimentazione".

Esempi concreti di questa anomalia non mancano con il prezzo di un litro di benzina alla pompa che - precisa la Coldiretti - è oggi superiore a quello di un litro di vino da tavola in vendita sugli scaffali del supermercato, a quello di un litro di latte fresco e a quello di un chilo di pasta. In particolare al sud la verde viene pagata quasi 1,69 euro al litro, un valore superiore - spiega la Coldiretti - a quanto costa mediamente il vino da tavola a Napoli o a Bari, secondo le rilevazioni Osservaprezzi del Ministero dello Sviluppo economico.

"Alimentare ed energia sono in realtà - sottolinea la Coldiretti - due voci di spesa strettamente connesse in un Paese come l’Italia dove l`86 per cento dei trasporti commerciali avviene su gomma. L’aumento dei carburanti pesa notevolmente sui costi della logistica e sul prezzo finale di vendita dei prodotti alimentari ma spinge anche - conclude la Coldiretti - verso il consumo di prodotti locali e di stagione che non devono subire lunghi trasporti".

Considerando i costi ambientali che l'estrazione di combustibili fossili comporta, è ragionevole che un litro di benzina costi di più di un litro di latte o di un chilo di pasta, tanto più se si tratta di prodotti locali. Ma è altrettanto ragionevole che le famiglie italiane continuino a destinare quasi il 20 per cento del loro reddito mensile in trasporti, combustibili ed energia elettrica?

da ilcambiamento.it